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Wild Horse Nine, la recensione: Martin McDonagh firma una straordinaria commedia nera con un John Malkovich da Oscar

di Redazione Network NCI

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Martin McDonagh torna al cinema con Wild Horse Nine, una commedia nera ambientata nel Cile del 1973 che intreccia politica, umorismo nero, grottesco e dramma esistenziale. Dopo Gli spiriti dell’isola, il regista britannico-irlandese realizza un’altra opera straordinaria, confermando la propria capacità di raccontare personaggi complessi attraverso dialoghi taglienti, situazioni paradossali e una profonda componente drammatica.

Con John Malkovich e Sam Rockwell nei ruoli principali, il film affronta alcune delle pagine più controverse della politica estera statunitense durante la Guerra fredda, concentrandosi su due uomini costretti a confrontarsi con le conseguenze delle proprie azioni. Il risultato è una pellicola brillante, politicamente incisiva e capace di alternare momenti esilaranti a riflessioni sulla morte, sul senso di colpa e sulla possibilità di redenzione. A impreziosire il tutto troviamo uno straordinario John Malkovich, protagonista di un’interpretazione che potrebbe renderlo uno dei principali candidati alla prossima corsa agli Oscar.

Wild Horse Nine: due agenti della CIA nel Cile del 1973

La storia è ambientata nel 1973, durante gli ultimi mesi del governo di Salvador Allende, presidente socialista democraticamente eletto in Cile nel 1970. Il Paese si trova in una situazione di crescente instabilità politica, alimentata anche dalle operazioni clandestine degli Stati Uniti, intenzionati a ostacolare il consolidamento di un governo marxista nell’America Latina. Una situazione che culminerà nel colpo di Stato dell’11 settembre 1973, quando il generale Augusto Pinochet rovescerà Allende, inaugurando una lunga dittatura militare.

In questo contesto incontriamo Chris Carlisle (John Malkovich) e Lee Chesterfield (Sam Rockwell), due esperti agenti della CIA coinvolti nelle operazioni di destabilizzazione del governo cileno. Su indicazione del loro superiore MJ (Steve Buscemi), i due vengono mandati sull’Isola di Pasqua, dove quello che dovrebbe essere un soggiorno tranquillo si trasforma progressivamente in qualcosa di molto più complicato.

John Malkovich e Sam Rockwell nel primo trailer di Wild Horse Nine - UAGNA

Tra le celebri statue dei moai e gli straordinari paesaggi dell’isola, i protagonisti si ritrovano coinvolti in una vicenda nella quale il passato torna continuamente a riaffiorare, mentre le tensioni politiche e i segreti dell’intelligence americana minacciano di compromettere il loro rapporto.

John Malkovich interpreta un uomo tormentato dal proprio passato

Chris è un agente veterano, considerato uno dei migliori uomini della CIA. Durante la propria carriera ha partecipato a operazioni clandestine in diversi Paesi, contribuendo al rovesciamento di governi e alla morte di numerose persone. Ormai anziano, affetto da un tumore terminale e da crescenti problemi di memoria, l’uomo comincia però a interrogarsi sulle proprie responsabilità e sul significato di un’esistenza trascorsa al servizio dell’intelligence americana.

McDonagh costruisce un personaggio straordinariamente ambiguo, capace di parlare delle peggiori atrocità con una naturalezza disarmante. Chris non sembra più preoccuparsi delle conseguenze delle proprie parole, arrivando a rivelare informazioni riservate con un sorriso e un cinismo quasi surreale. Memorabili sono le interazioni con due giovani studentesse cilene, interpretate da Mariana di Girolamo e Ailín Salas, attraverso le quali emergono le contraddizioni politiche e morali del protagonista.

La situazione si complica quando Chris decide di registrare le proprie memorie, suscitando le preoccupazioni dei suoi superiori, spaventati dalla possibilità che vengano divulgati alcuni dei segreti più oscuri dell’intelligence americana. Tra questi, il film introduce anche una ricostruzione immaginaria legata all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, avvenuto a Dallas nel 1963.

Sam Rockwell e il peso delle scelte morali

Accanto a Chris troviamo Lee, interpretato da un eccellente Sam Rockwell. I due uomini condividono un passato segnato da operazioni clandestine e decisioni moralmente discutibili, ma affrontano il proprio lavoro e le sue conseguenze in maniera profondamente diversa.

Lee si ritrova progressivamente coinvolto in una situazione sempre più delicata, nella quale la fedeltà all’agenzia entra in conflitto con il legame costruito in tanti anni di collaborazione con Chris. Il personaggio viene posto davanti a un dilemma che mette alla prova la sua coscienza, costringendolo a interrogarsi sul significato della lealtà e sulle responsabilità individuali.

Il rapporto tra i due rappresenta uno degli elementi più riusciti del film. McDonagh torna a raccontare personaggi profondamente diversi, ma legati da un’esperienza comune, costruendo una relazione nella quale amicizia, diffidenza e senso di colpa convivono continuamente.

È soprattutto attraverso i loro confronti che la narrazione acquista profondità, trasformando quella che potrebbe sembrare una semplice commedia grottesca in un racconto sulle conseguenze delle proprie azioni e sulle scelte che possono definire un’intera esistenza.

Una commedia nera che riflette sulla politica e sulla redenzione

Uno degli aspetti più riusciti di Wild Horse Nine è la capacità di Martin McDonagh di mantenere intatta la propria identità cinematografica, affrontando contemporaneamente tematiche di grande rilevanza politica e morale.

Al centro della narrazione troviamo soprattutto il senso di colpa e la ricerca di una possibile redenzione. Chris è un uomo che ha trascorso la propria esistenza giustificando ogni azione attraverso la convinzione di servire un bene superiore. Un principio che rappresenta perfettamente la mentalità dei servizi segreti raccontata nel film: compiere azioni moralmente discutibili, persino atroci, nella convinzione che siano necessarie per raggiungere un obiettivo considerato più importante.

Wild Horse Nine: McDonagh racconta le ferite del nostro presente | screenWEEK

Ma cosa accade quando, arrivati alla fine della propria vita, si comincia a dubitare di quelle convinzioni? È proprio questa la domanda che attraversa l’intera pellicola. Chris si interroga sulla propria eredità morale, sulla possibilità di ottenere il perdono e sul destino che potrebbe attenderlo dopo la morte. La sua crisi identitaria diventa il cuore emotivo del racconto, trasformando un uomo apparentemente insensibile in un personaggio tragico, pur senza cancellare le responsabilità del suo passato.

La dimensione politica assume quindi un’importanza fondamentale. Wild Horse Nine riflette sull’interventismo statunitense durante la Guerra fredda, raccontando le operazioni clandestine della CIA attraverso il punto di vista di chi vi ha preso parte. Le decisioni prese ai vertici del potere ricadono sulle vite degli individui, mentre gli stessi protagonisti finiscono per mettere in discussione il sistema al quale hanno dedicato la propria esistenza.

L’umorismo grottesco di McDonagh e una fotografia straordinaria

Naturalmente, a rendere ancora più coinvolgente il racconto contribuisce il caratteristico umorismo nero di Martin McDonagh, elemento che attraversa praticamente tutta la sua filmografia. Il regista utilizza la comicità per affrontare questioni estremamente serie, alternando battute politicamente scorrette, provocazioni e momenti di autentica malinconia.

I dialoghi rappresentano uno dei principali punti di forza del film. La comicità nasce spesso dalla totale indifferenza con cui Chris racconta episodi terribili del proprio passato, creando un contrasto grottesco tra la gravità degli avvenimenti e il comportamento del protagonista. Si ride molto, ma dietro ogni battuta si nasconde una realtà profondamente tragica.

Dal punto di vista tecnico, Wild Horse Nine è altrettanto convincente. La fotografia di Ben Davis valorizza magnificamente i paesaggi dell’Isola di Pasqua, trasformandoli in uno scenario suggestivo e quasi sospeso nel tempo. Le immense distese naturali e le celebri statue dei moai accompagnano il percorso interiore dei protagonisti, mentre alcune suggestioni western, legate anche alle sequenze ambientate nella Monument Valley, arricchiscono ulteriormente l’estetica dell’opera.

Anche la colonna sonora di Carter Burwell contribuisce a costruire un’atmosfera capace di oscillare continuamente tra ironia e malinconia. La regia di McDonagh riesce così a mantenere un perfetto equilibrio tra la componente visiva e quella narrativa, senza perdere mai di vista i personaggi.

Un John Malkovich da Oscar

Una menzione particolare spetta infine al cast. Steve Buscemi è perfettamente a suo agio nei panni di MJ, superiore cinico e inquietante, mentre Sam Rockwell conferma ancora una volta le proprie straordinarie capacità interpretative, dando vita a un personaggio profondamente combattuto.

Tuttavia, è impossibile non soffermarsi sulla prestazione di John Malkovich, autentico protagonista del film. L’attore statunitense offre una delle interpretazioni più memorabili della propria carriera, riuscendo a rendere credibile un personaggio che alterna indifferenza, crudeltà, ironia e vulnerabilità. Ogni espressione, ogni esitazione e ogni battuta contribuiscono a costruire un uomo che sembra aver perso qualsiasi certezza proprio quando il tempo a sua disposizione sta terminando.

Una prova già riconosciuta con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla Mostra del Cinema di Venezia 2026. Un riconoscimento meritatissimo, che potrebbe rappresentare il punto di partenza per una candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista. Considerando anche la straordinaria interpretazione di Matt Damon ne L’Odissea, si prospetta una corsa particolarmente interessante.

Con i suoi 118 minuti, Wild Horse Nine mantiene un equilibrio eccellente tra commedia, dramma e riflessione politica. McDonagh dimostra ancora una volta il proprio talento nel costruire storie apparentemente assurde, ma capaci di affrontare interrogativi profondamente umani.

VOTO: 9

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Articolo di Salvatore Carboni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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