di Redazione Network NCI
La giustizia è uno dei principi alla base della nostra società. Ma, per quanto nobile, un principio portato avanti da umani finisce, presto o tardi, per cadere vittima anche dei difetti tipici della nostra specie. Cosa succede allora, quando la giustizia non solo è vittima di un difetto, ma arriva a compiere un errore?
Succede che a pagarne le spese sono gli innocenti. Zustissia, diretto da Francesco Piras, è la storia di uno di questi innocenti. La storia di Beniamino Zuncheddu. La storia di come sia finito dentro senza colpa e di come sia tornato a casa.
Storia di uno del più grande errore giudiziario italiano
Nel 1991, presso Burcei, in Sardegna, viene consumato un crimine brutale. Tre uomini vengono uccisi a sangue freddo da una serie di colpi di fucile a canne corte. Un quarto sopravvive a malapena. Settimane dopo, quel quarto indica come responsabile Beniamino Zuncheddu, un giovane aiuto pastore. Ci si potrebbe aspettare un lungo processo, una serie di sedute sparse nel tempo, magari anche una confessione. Non c’è niente del genere: non c’è una confessione perché Zuncheddu è innocente. E non c’è un lungo processo perché, misteriosamente, tutti i suoi alibi vengono messi in secondo piano per la testimonianza del sopravvissuto Antonio Mura, che lo identifica sulla scena. Basta questo, per incarcerare a vita Zuncheddu, in meno di un anno.
Questo è l’inizio della nostra storia. Storia che viene ripresa soltanto 25 anni dopo e che trova la sua soluzione dopo altri otto lunghi e pesantissimi anni. 33 anni di vita, portati via da un uomo innocente.
Beniamino Zuncheddu…
Il film ripercorre una versione ovviamente romanzata, ma molto ben dettagliata, di questi otto anni. Senza lanciarsi in particolari congetture di cosa potesse essere successo veramente a Burcei. Perché in sala siamo tutti riuniti per ascoltare la storia di Beniamino, non per risolvere un crimine di 35 anni fa. Certo, se ne fa riferimento, ma il vero protagonista è Beniamino (Fabrizio Ferracane).
Il film guadagna punti in questo, assicurandosi di far girare tutto attorno non alla “vera” giustizia che dovrebbe consumarsi, ma sull’ingiustizia palpabile che è avvenuta. Riflette sul dolore, di Zuncheddu in carcere e dei suoi familiari che lo possono guardare solo da fuori, mentre tutti i loro soldi vanno via in avvocati che per 25 anni dicono la stessa cosa: non c’è niente da poter fare.
La migliore soluzione sarebbe infatti confessare, ma Beniamino non ne vuole sapere: lui è innocente, e per lui confessare un crimine non commesso sarebbe davvero l’unico modo per macchiarsi la coscienza. Coscienza che lui vuole ardentemente tenere candida. Queste sono le due cose che gli sono rimaste: la coscienza e la speranza.
…e Mauro Trogu
Speranza che verrà ricompensata nel 2016, quando un avvocato penalista, abituato prima solo a casi da lui definiti “più semplici”, viene coinvolto e rimane toccato dalla vicenda. A tal punto da lavorare praticamente pro bono. Il nome di quell’avvocato è Mauro Trogu (Michele Riondino).
Mauro quindi si lancia in una lunga indagine per poter presentare nuove prove, ma è soprattutto l’analisi del processo che lascia chi guarda a bocca aperta come lui. Per non dire con i brividi. Il processo infatti denota superficialità, sbrigatività e soprattutto ritrattazioni, che sommandosi permettono la chiusura in un tempo record. Secondo lo stesso Mauro, avvenimenti del genere sarebbero stati inquietanti anche fosse stato colpevole, figurarsi da innocente.
Mauro ha la fortuna di non essere solo in questa impresa, facendo anche da specchio per Beniamino, a dimostrazione che si è davvero impotenti di fronte alle ingiustizie e agli sbagli solo quando si rimane da soli. È infatti grazie a Mauro e ai suoi sforzi che, soprattutto verso la fine, Beniamino ritrova la forza di continuare a professarsi per ciò che è: innocente.
Sempre attraverso gli occhi di Mauro non sono assenti i giudizi (validi o no sta unicamente a discrezione di chi guarda) verso chi appunto giudica e verso il sistema intero: numerose sono le volte in cui i procedimenti giudiziari rasentano il tragicomico, sia per il tempo che si prendono sia per la differenza di accortezza che viene messa all’inizio, quando il caso è più discreto, rispetto che alla fine, quando è praticamente di dominio pubblico.
Sicuramente infatti il caso è stato risolto e la verità è venuta alla luce proprio grazie al pubblico: se così non fosse stato, viene detto senza mezzi termini che Zuncheddu sarebbe ancora dentro. Non perché colpevole, ma perché la Corte forse neanche vi avrebbe dedicato la giusta attenzione, a furia di continui rimandi e pressappochismo.
Tutto è bene, se finisce bene?
Il messaggio finale, nonostante la storia finisca bene, non è interamente positivo: oltre ai già citati “colpi” verso il sistema, c’è anche una considerazione. I prigionieri rilasciati perché innocenti dopo un periodo di incarcerazione vengono sia rilasciati che risarciti dallo Stato.
Peccato che il rilascio sia imminente, mentre il risarcimento avvenga dopo mesi se non anni, e spesso anche con meccaniche di decisione del compenso spettato estremamente arbitrarie: Zuncheddu ad ora non ha ancora ricevuto quel compenso. Non sa neanche a quanto ammonti.
Il finale infatti pone questo interrogativo: Beniamino ha avuto la fortuna di avere una famiglia che lo ha subito ripreso, ospitato e amato. Ma per chi è da solo, e viene rilasciato, completamente nullatenente, che destino può sopraggiungere?
Un occhio alla realtà
Abbiamo avuto la fortuna di poter richiedere a persone che hanno seguito il caso da quando è stato riaperto, che hanno vissuto in Sardegna tutta la vita e che avevano parenti che conoscevano direttamente chi era coinvolto.
Costoro hanno lodato il film non solo per il messaggio, ma anche per la sua esecuzione: la rappresentazione della maggior parte delle vicende è veritiera al massimo delle possibilità, soprattutto le parti che trattano il processo, sia il primo che il secondo, e sul profondo coinvolgimento della popolazione sarda, soprattutto quella di Burcei. Viene individuato come unico neo quello della rappresentazione sulla “verità” di ciò che sarebbe successo a Burcei nel 1991: la storia del film la semplifica, forse eccessivamente. Ma viene anche riconosciuto che la storia non parla del delitto, ma di Zuncheddu, e quindi è un difetto assolutamente marginale.
PRO e CONTRO
PRO
L’interpretazione di tutti gli attori;
Il tono: un vero e proprio legal drama, interamente italiano ma senza nessuna “italianità”;
Il messaggio: veritiero come la storia che racconta senza essere smielato o troppo buonista;
CONTRO
La semplificazione di alcuni passaggi storici, che rimangono comunque secondari nella storia raccontata;
La presentazione: è un film che tutti dovrebbero vedere, ma agli occhi di chi non conosce la vicenda può sembrare “una storia sarda per i sardi”;
Zustissia è un film da vedere e da far sedimentare dentro di sé. Perché solleva anche una domanda che ci deve far guardare attorno: quanti altri Zuncheddu sono ancora nel posto sbagliato? E cosa possiamo fare per loro? Voto: 8.
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Articolo di Lorenzo Giorgi
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