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La Casa di Carta: Corea Parte 1, la recensione: un remake con potenziale

di Gabriele Di Nuovo

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Disponibile su Netflix dal 24 giugno la prima parte de “La Casa di Carta: Corea”. Il remake dell’omonima serie spagnola di successo è diretto da Kim Hong-sun e scritto da Ryu Yong-jae. Nel cast troviamo Yoo Ji-tae, Kim Yunjin, Park Hae-soo, Jun Jong-seo, Lee Won-jong, Park Myung-hoon, Kim Seung-o, Kim Ji-hun, Jang Yoon-ju, Lee Joobeen, Lee Hyun-woo, Kim Ji-hoon e Lee Kyu-ho.

Non sottovalutatela. Con questa breve frase, apriamo la recensione del remake di uno dei prodotti di successo targato Netflix. Con la prima parte formata da 6 episodi dalla durata di 60 minuti, “La Casa di Carta: Corea” porta su schermo un adattamento quasi copia carbone, ma con molti elementi decisamente interessanti e positivi. A differenza della versione spagnola, lo show scritto da Ryu Yong-jae si mostra molto più solido e in parte differente rispetto al lavoro svolto da Álex Pina nell’ormai lontano 2017. Ovviamente i paragoni con la serie conclusa lo scorso anno, sono inevitabili.

Benvenuti nell’Area Economica Congiunta

Nel 2026, la Corea è un unico stato con una moneta unica e un’area economica congiunta. Il Professore (Yoo Ji-tae) arruola un gruppo di rapinatori e decide di rapinare la Zecca di stato coreana grazie ad un colpo audace e ben pianificato. Ad opporsi al Professore e la sua banda troviamo le forze di polizia delle due Coree unite e capeggiate rispettivamente dalla detective Seon Woo-jin (Kim Yunjin) per la Corea del Sud e Cha Moo-hyuk (Kim Seung-o) per la Corea del Nord. Le differenze tra i due vecchi stati e svariati imprevisti, metteranno in difficoltà la banda del Professore e non solo.

Se le premesse vi sembrano decisamente familiari, siete sulla strada giusta. “La Casa di Carta: Corea” prende a grandi linee dalla versione spagnola. I nomi delle città presi dai rapinatori sono identici a quelli delle loro controparti spagnole e alcuni avvenimenti sono simili alla prima stagione della serie originale del 2017. Ma nonostante questo, il remake ha dalla sua una propria identità che emerge in parte nel corso dei 6 episodi e sembra pronta ad esplodere con l’arrivo della sua seconda parte prossimamente.

Una scrittura sorprendente

Uno dei tanti elementi ad aver reso la serie originale irritante ad una buona fetta di pubblico, è la sua scrittura. Situazioni da telenovela, eventi surreali, personaggi senza un background solido e l’intera rapina basata su un ideale e un simbolismo completamente errato, “La Casa di Carta: Corea” è completamente l’opposto di tutto ciò. Il dramma e il romanticismo sono gestiti decisamente meglio rispetto alla versione spagnola, pesando poco e nulla sulla narrazione. Ed è proprio questa ad essere il punto di forza di questo remake. Ben diluita e mai noiosa, la storia scritta da Ryu Yong-jae è solida sotto ogni punto di vista. Da offrire un world building intrigante, dove la politica ha un ruolo cruciale (su questo aspetto ci ritorneremo successivamente) all’interno del racconto, per arrivare al background dei suoi protagonisti.

 

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Quest’ultimo aspetto è quello che rende di fatto la prima parte de “La Casa di Carta: Corea” di gran lunga superiore rispetto alla versione originale. Non tutti i membri della banda vengono esplorati nel corso della prima parte, mentre alcuni di loro presentano una storia differente rispetto la serie originale. Personaggi come Tokyo e Rio, si rivelano decisamente migliori e interessanti, mentre la storia del Professore è rivelata in parte e tutta da esplorare nel corso della seconda parte dello show. In apparenza siamo davanti ad un qualcosa di già visto, complici alcune dinamiche e i caratteri dei membri della banda, ma fortunatamente “La Casa di Carta: Corea” è molto di più anche grazie alla tematica politica al centro della storia e della rapina.

Un paese con l’illusione dell’unità

A sgomitare come tema portante e motivo principale dietro la rapina, è il contesto politico del paese. La serie è ambientata in un futuro non troppo lontano (solo 4 anni) dove la Corea è diventata un unico stato come lo era prima della guerra degli anni ’50 che portò alla divisione del paese. Ed è proprio la condizione di questa Corea unita a scatenare gli eventi de “La Casa di Carta: Corea”. Questo non sarà solo uno dei motivi dietro la rapina, ma il motore dietro gli imprevisti che colpiscono la banda e le loro motivazioni che li hanno spinti a partecipare al colpo.

Anche le azioni della polizia mostrano ancora una netta divisione tra Nord e Sud. L’approccio della negoziatrice della polizia sud coreana Seon Woo-jin è decisamente diverso rispetto a quello portato avanti da Cha Moo-hyuk per il Nord. Quest’ultimo infatti, si vanta di avere delle forze speciali pronte a tutto pur di portare a termine l’operazione, mettendo in evidenza così la morale discutibile di un paese che non conosce i diritti umani.

 

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E sono proprio questi ad essere una delle numerose armi del Professore durante il colpo. Come nella serie originale, anche qui più che mai, il parere dell’opinione pubblica è importante. Non solo per chi è all’esterno, ma anche all’interno della Zecca, le condizioni ottimali di vita sono importanti. Nonostante questo però, gli imprevisti e i tentativi di “fuga” portati avanti da alcuni ostaggi, su tutti il direttore della Zecca, mettono in difficoltà la banda sulla gestione e la tutela degli ostaggi. I temi della politica e dell’unità del paese vengono affrontati in modo semplice ed efficace, rendendo la narrazione matura e allo stesso tempo intrigante.

Non è tutto oro quel che luccica

“La Casa di Carta: Corea” vi potrà sembrare un prodotto senza pecche rispetto alla sua versione spagnola, ma sfortunatamente non è così. Il difetto più grande di questa parte è il non aver osato nel creare una storia completamente differente rispetto l’originale, creando così un effetto di già visto. Sarebbe stato sufficiente cambiare i nomi dei membri della banda e alcune situazioni all’interno della storia e avremmo avuto un racconto completamente inedito e semplicemente basato sullo show nato nel 2017. A risentirne di questo, sono i protagonisti della serie che mostrano lo stesso carattere dei loro predecessori e i meno approfonditi di questa prima parte, risulteranno allo spettatore delle macchiette.

 

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Per quanto riguarda il lato tecnico, nel complesso siamo davanti ad un prodotto discreto che presenta delle lacune in fase di montaggio, risultando in alcuni momenti concitati molto confusionario. Nonostante questo però, per l’ennesima volta, un prodotto coreano mostra come un paese differente dall’occidente possa offrire un racconto internazionale. La regia di Kim Hong-sun è scorrevole e riesce ad alternare bene i momenti più tranquilli con quelli ad alta tensione, nonostante il montaggio discutibile. In conclusione, a non convincere al meglio insieme al montaggio, è la fotografia. Non offrendo delle immagini visivamente intriganti, questa risulta essere molto plastica, mostrando così un effetto “finto” in alcune sequenze.

Considerazioni finali

“La Casa di Carta: Corea” è un remake interessante e con potenziale. Con un pretesto fanta politico intrigante, la serie scritta da Ryu Yong-jae, sviluppa un racconto simile in parte alla sua controparte spagnola. Con un ottimo cast e un’ottima scrittura, i protagonisti e le situazioni si mostrano molto più solidi e ben sviluppati. Ma il mostrare eventi simili alla versione originale, rende i personaggi troppo familiari allo spettatore e alcuni di loro avendo poco spazio, vengono penalizzati. L’affrontare un tema politico come quello dell’unità di un paese spaccato come la Corea, rende la serie un progetto molto maturo. Infine il comparto tecnico è discreto, nonostante un montaggio e una fotografia non brillante e discutibile in alcuni punti della serie.

Pro

  • Le interpretazioni del cast;
  • La scrittura dei protagonisti, molto più solida rispetto alla versione originale;
  • L’affrontare un tema come quello della divisione della Corea attraverso l’unione inaspettata tra Nord e Sud.
  • La regia di Kim Hong-sun.

Contro

  • Il basarsi troppo sulla versione originale della serie;
  • Montaggio e fotografia non al top.

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