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Reacher 4, la recensione: un’altra ottima storia

di Redazione Network NCI

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Jack Reacher è tornato signore e signori. La quarta stagione del successo targato Prime Video si incastona lungo la scia di qualità lasciata dalla terza, rimanendo un gradino sotto ma regalando comunque elevato intrattenimento.

Reacher: comincia tutto con una metropolitana e l’incapacità di voltarsi dall’altra parte

La serie inizia a Philadelphia, una delle due location principali della stagione assieme a Washington DC. Su una metropolitana, Reacher (Alan Ritchson) vede una donna rappresentare una possibile minaccia. Spinto dalla sua buona volontà, decide di intervenire, finendo ancora una volta coinvolto in una storia contorta e sanguinaria.

Una premessa semplice, ma che permette di scoprire nuovi lati di Reacher. Infatti, ogni stagione era legata da un filo conduttore: il protagonista si riscopriva coinvolto personalmente, in quanto le vicende finivano per coinvolgere una figura importante del suo passato. Nella prima stagione era il fratello. Invece nella seconda, la sua vecchia squadra, mentre nella terza, la sua prima protetta. Stavolta, Reacher si ritrova coinvolto unicamente per il proprio senso della giustizia. O, come detto poco sopra, l’incapacità di voltarsi dall’altra parte.

Le indagini si susseguono sempre al cardiopalma e stavolta gli sceneggiatori non si sono risparmiati sulle fazioni in campo. Se prima c’erano due o al massimo tre fazioni, a questo giro ce ne sono quasi il doppio. Reacher e i suoi alleati si ritrovano a confrontarsi con mercenari, la CIA, seguaci spirituali di criminali di guerra dall’Indonesia e forze di polizia che non riescono a capire chi sia il nemico e chi un alleato.

E parlando proprio di questi alleati, stavolta l’assortimento è più variegato che mai: abbiamo Jacob, un agente di polizia di provincia, fratello della vittima che fa partire gli eventi, Plum, un giornalista caduto in disgrazia che cerca di recuperare la sua vecchia vita, e Tamara, detective della polizia di Philadelphia disillusa e arresa. Un’unione dettata più che altro dalla sorte, in una sorta di richiamo all’atmosfera di gruppo della prima stagione, in cui l’obbiettivo vero si scopriva lentamente e “la squadra” si formava altrettanto lentamente.

L’intrattenimento rimane elevato e la formula, per quanto simile nella base “Reacher si trova incappato in operazioni criminali e indaga”, viene cambiata, regalandoci una stagione diversa dalle altre, sotto più punti di vista. Non per questo sia da considerarsi perfetta, infatti qualche difetto permane. Discuteremo di tutto questo qua sotto.

I lati positivi: cambiare tanto…

Come menzionato prima, la formula cambia: non solo per l’assenza di un coinvolgimento personale, ma anche per altri elementi. Nella recensione della terza stagione, si riscontrava la sottotrama romantica come quella più debole: in questa è una delle più forti. Perché la ragazza con cui Reacher si ritrova coinvolto emotivamente, Lila, è letteralmente una delle due villain della stagione.

A proposito degli antagonisti, continuiamo con la traccia lasciata nella precedente stagione: i villain non sono soltanto personaggi odiati, sono effettivamente delle prove fisiche da superare per Reacher. E se prima c’era Paulie, praticamente l’unico uomo più grosso e forte di lui, stavolta le Hoth sono l’esatto contrario: piccole, infide e veloci. Costringendo il protagonista a dover combattere secondo le loro regole, e non le sue con cui spesso risolve facilmente i conflitti.

Un Reacher meno “onnipotente”

E parlando sempre del protagonista, abbiamo un altro cambio: Reacher stavolta è più in difficoltà, in tutta la stagione. Gli scontri sono contro rivali più abili, con un addestramento simile al suo o altrettanto letale, e soprattutto, le conseguenze delle precedenti stagioni si riscontrano proprio sul corpo del protagonista: le cicatrici, le vecchie fratture, sono tutte componenti nuove e implementate in questa stagione in modo organico e mai forzato.

Un altro lato positivo si riscontra nell’evoluzione dei personaggi alleati di Jack. Parlando in particolar modo di Jacob, questi passa gran parte della stagione a scivolare progressivamente verso una versione di sé più violenta, spregiudicata e crudele, quasi a voler seguire le orme di Reacher ma senza avere né la sua esperienza né il suo temperamento. Sul finale, tuttavia, decide di rimanere fedele a sé stesso, rifiutandosi di diventare un assassino a sangue freddo.

Può sembrare smielato e troppo cliché, ma è probabile che fosse proprio il punto degli autori della stagione: Reacher può uccidere, interrogare con la tortura, irrompere in proprietà private, proprio perché è Reacher. Subito, se sono gli altri a farlo, si percepisce come “sbagliato”, e non solo per la messinscena. Lui è l’unico che può farlo e l’unico che può pagarne il prezzo. Non è neanche un caso che tutti gli alleati abbiano il loro finale positivo: Jacob ritrova una sorta di equilibrio interno, Tamara viene premiata e promossa, Plum può tornare a scrivere. Reacher, invece, torna su una metropolitana, prende un panino e lo divide con chi ha bisogno. Fedele fino alla fine a sé stesso.

I lati negativi: …per non cambiare niente

Per quanto la formula sia cambiata, la base non cambia però. Questa è una notizia per l’appunto positiva, ma una volta che viene ripetuta per quattro stagioni, emergono anche i difetti più piccoli.

Il primo difetto si trova nella parte centrale, un momento in cui spesso, in Reacher, le indagini portanti un po’ si fermano, sia per l’insurgenza di obiettivi “secondari”, come trovare una persona per avere altre informazioni su un’altra, sia per un minimo soffermarsi sulla caratterizzazione dei personaggi secondari. Non per tutti può considerarsi un difetto, ma sicuramente per quella parte di pubblico particolarmente immersa nelle indagini può rivelarsi un po’ frustrante.

Il secondo difetto è invece in comune con la seconda stagione (la peggiore delle quattro per il momento): ossia le location. Nella prima stagione Reacher era infatti confinato nella cittadina di Margrave, mentre nella terza nel complesso di Zachary Beck.

Questa stagione invece si suddivide in due città molto grandi, nessuna delle due approfondite fino in fondo e spesso la trama richiede che il gruppo si sposti da una all’altra. Non c’è un posto caratteristico ed evocativo dal punto di vista identificativo, solo una serie di posti da raggiungere per far progredire la trama o di nascondigli in cui ripararsi dagli avversari.

Nessun difetto particolarmente grave, ma sicuramente difetti riscontrabili. La speranza tuttavia non si ferma: se le pecche della terza stagione sono state migliorate in questa, sicuramente la quinta saprà come ovviare a quelle della quarta.

PRO e CONTRO

PRO

  • Reacher più vulnerabile: gli scontri sono più equilibrati e il protagonista deve realmente adattarsi agli avversari;
  • La caratterizzazione di Jacob: probabilmente l’arco narrativo più interessante tra i comprimari, soprattutto per il modo in cui viene messo a confronto con Reacher;
  • La sottotrama romantica: dopo essere stata uno degli elementi più deboli della terza stagione, qui viene integrata in maniera molto più funzionale alla storia;

CONTRO

  • La parte centrale: l’indagine rallenta proprio quando dovrebbe mantenere il ritmo, lasciando spazio a obiettivi secondari e approfondimenti dei comprimari;
  • Le location: Philadelphia e Washington funzionano come sfondo, ma nessuna delle due riesce a diventare davvero parte dell’identità della stagione;

In conclusione, la quarta stagione di Reacher prova a cambiare le carte in tavola senza rinunciare a ciò che ha reso la serie quello che è. Cambiano gli avversari, cambia il modo in cui Reacher viene coinvolto, cambiano persino alcune dinamiche tra i personaggi, ma il cuore della serie rimane sempre lo stesso: un uomo che non riesce a voltarsi dall’altra parte, anche quando sarebbe decisamente più semplice farlo. Voto: 8.

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Articolo di Lorenzo Giorgi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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