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Come per Disincanto: la recensione – La magia è tornata… o forse no!?

di Domenico Scala

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“Come per Disincanto – E vissero infelici e scontenti”, per la regia di Adam Shankman, è il sequel di “Come d’Incanto”, film di successo dell’ormai lontano 2007. Disponibile dal 18 novembre solo su Disney+, la pellicola vede nuovamente protagonisti Amy Adams nei panni della principessa delle fiabe Giselle, e Patrick Dempsey in quelli del suo amato avvocato divorzista newyorkese Robert. Per l’occasione si uniscono poi al cast anche Maya Rudolph (la “cattiva” Malvina) e l’esordiente Gabriella Baldacchino (Morgan, figlia di Robert), oltre a comprimari del calibro di Jaima Mays e Oscar Nunez, e al ritorno di James Marsden (Edward) e Idina Menzel (Nancy), già protagonisti del primo capitolo.

Sequenza d’apertura – L’Andalasia in 2D

Le vicende narrate, così come il film originale, si muovono a metà tra il mondo reale e quello delle fiabe, anche in questo caso rappresentato come un cartone animato. Da un punto di vista prettamente tecnico, la pellicola mantiene perciò il medesimo stilema del suo predecessore e decide di optare ancora una volta per la tecnica mista, con le animazioni di Andalasia realizzate nel più classico dei 2D. Nonostante la scelta sia ripetitiva ma apprezzabile, fin dalla sequenza d’apertura (musicale, ovviamente!) sembra di assistere ad una sorta di parodia di sé stessa; chi vi scrive non ha potuto fare a meno di associare questo specifico segmento a “Melania”, finto cartone animato sulla “principessa” tanto amata da Re “Ciccio” Donald. Chi ha visto il seguito di “Borat” sa perfettamente di cosa stiamo parlando. A chi invece non l’ha visto, sconsigliamo vivamente di recuperarlo, a meno che non amiate un certo tipo di traumi!

Le premesse

La storia si svolge perciò diverso tempo dopo la romantica conclusione del 2007. Giselle e Robert sono ormai una coppia ben consolidata ma stanca della routine e stressata dai frenetici ritmi di New York. La piccola Morgan è ormai cresciuta ed è un’adolescente, con tutti gli inevitabili problemi che ne conseguono; come se non bastasse, adesso in casa c’è anche la piccola Sofia, secondogenita della coppia. Insomma, la magia del primo film sembra essere svanita, soffocata da un mondo spento, grigio e abitudinario che non basta più alla dolce principessa Giselle. Cantando e ballando, la nostra protagonista convince così Robert che un “castello” fuori città sia la soluzione ideale per la famiglia, alla ricerca di nuove magiche emozioni da vivere insieme. L’idea non trova però d’accordo Morgan, che vorrebbe semplicemente vivere la propria vita senza essere messa continuamente in imbarazzo dall’invadenza e dall’esuberanza della madre, sempre pronta a radunare simpatici topini, usignoli e cerbiatti per un meraviglioso duetto fiabesco.

 

Come per Disincanto

Il problema del target

Purtroppo in molti momenti del film la sensazione descritta da Morgan è esattamente la stessa che prova lo spettatore, in imbarazzo sia per la quantità veramente eccessiva di canzoni e balli nella pellicola, che per l’atteggiamento fin troppo melenso ed ingenuo di Giselle, stavolta ben oltre la sospensione dell’incredulità. Ma d’altronde la pellicola è pensata per Disney+, e non possiamo far altro che constatare quanto sia effettivamente perfetta per la piattaforma, rivolta principalmente ad un pubblico di famiglie. Rispetto al primo film, qui il target è notevolmente più basso; una bambina delle scuole elementari probabilmente amerà alla follia le atmosfere della vicenda, i suoi bizzarri personaggi e le scene sospese a metà tra i Classici Disney d’animazione e i più recenti musical in live-action. Viceversa, per quale motivo un ragazzo di 25 anni dovrebbe guardare questo film? A fine visione non resterebbe che farsi due grasse risate…

Contraddizione in sé

Ma come ovviare quindi alla magia che sta svanendo da queste tristi vite dei protagonisti? Semplice! Il film, decidendo per una manovra esattamente all’opposto di quanto fatto quindici anni fa, pensa bene di trasformare LETTERALMENTE le vite dei protagonisti in una fiaba tutta da vivere. E così la cittadina di campagna di Monroeville si “fonde” con il magico Regno dell’Andalasia, dando vita alla nuovissima Monrolasia e… ad una nuovissima contraddizione narrativa. Si, perché non vediamo a schermo un misto di attori in carne ed ossa e di cartoni animati, come ci si aspetterebbe; vediamo soltanto un’adattamento dei surreali modi di fare fiabeschi di Andalasia in un mondo di campagna che presume di essere pseudo-reale.

Tra l’altro, parlando di effetti visivi, il film ci propone una CGI in generale abbastanza buona, che non viene eccessivamente abusata come in altri film di questo tipo. Tuttavia, per rimediare alla contraddizione di cui sopra, si è scelto di “mostrarci” a schermo un drago e un gigante proprio nel contesto campestre di Monrolasia. Ovviamente la produzione si è però ben guardata dal realizzare per davvero queste creature intere in computer grafica; motivo per cui ci vengono mostrate soltanto di sfuggita, pur di nascondere eventuali pecche digitali. Molto furbi! O forse no…

Vittima dei cliché

Altra nota dolente, a nostro avviso, è la direzione che prende la vicenda in esame. Nel tentativo di parodiare i vari cliché delle fiabe adattate da Walt Disney, il film non fa altro che caderci dentro con tutte le scarpe. Le pellicola cade vittima degli stessi elementi tipici che cerca strenuamente di “abbattere”, peraltro ostentandolo spudoratamente ben più di una volta. Il risultato è che queste due ore di girato risultano piene zeppe di tutti i cliché possibili e immaginabili, dalla matrigna cattiva (con tanto di immancabile gatto) invidiosa della figlia, al rintocco delle campane di mezzanotte; dalla classica torre da cui evadere alla pozione avvelenata utilizzata dalla “cattiva” di turno. Si sprecano poi i riferimenti (visivi e non) a Biancaneve, “Cenerentola”, “La Sirenetta”, “Rapunzel”, “La Bella e la Bestia” e chi più ne ha più ne metta…

Il confronto col primo film

Il confronto con “Come d’incanto” purtroppo, a nostro avviso, non regge. All’epoca, il film diretto da Kevin Lima risultò nettamente più convincente, sia per una certa verve parodistica ben bilanciata dalla narrazione, sia per diversi spunti tecnici interessanti e ben messi in scena, prima fra tutti appunto la tecnica mista. Di ben altro livello anche le musiche (sempre di Alan Menken), con ben tre canzoni originali candidate all’Oscar! A questo proposito, ci dispiace notare che, nonostante gli evidenti sforzi produttivi, quasi nessun momento musicale di questa seconda pellicola resta impresso nella memoria dello spettatore dopo il “The end”.

Non c’è una canzone o una coreografia che spicca in particolare; tutto, per quanto in generale di buon livello, risulta tremendamente uguale a sé stesso, ripetitivo e piatto. Nota di merito va però ai protagonisti, soprattutto ad Amy Adams, che per l’occasione è accreditata anche come produttrice. È evidente che gli attori in scena (non tutti!) ci credino tanto e sembrino piuttosto convinti, motivo per cui riescono comunque a portare a casa un buon risultato, complessivamente; e anche nella performance vocale gli interpreti non sfigurano. Non a caso, già sulla carta il livello del cast era molto buono, probabilmente però perché i nomi in questione servivano soprattutto a riempire locandine, poster e adv sui social…

Note attoriali

Merita una riflessione a parte Maya Rudolph, che qui interpreta la “malvagia” Malvina; le sequenze che la vedono protagonista (assieme con le sue due lacchè) la propongono come una mera macchietta pseudo-comica, con tanto di facce buffe qua e là. Quando però è in scena con Amy Adams, riesce a dare vita forse ad alcuni tra i pochissimi e unici momenti davvero interessanti del film. Lo scontro tra Malvina e la Giselle in versione matrigna cattiva (in preda ad un pieno disturbo della personalità) è un segmento che sembra quasi riallinearsi con quanto di buono c’era nella prima pellicola. Ma in generale tutte le scene con le due protagoniste a schermo risultano molto convincenti, con la Rudolph e la Adams anche particolarmente istrioniche. Non possiamo dire lo stesso, purtroppo, di Patrick Dempsey e di tutti i protagonisti al maschile, ridotti davvero a nulla più che dei comprimari sullo sfondo, utili giusto a qualche siparietto più o meno simpatico.

 

Come per Disincanto

Conclusioni

Insomma, “Come per Disincanto” è un film che si rivolge principalmente a chi aveva apprezzato il primo capitolo. Tuttavia, non riesce ad incidere e sembra rivolgersi ad un target nettamente più basso del suo predecessore, sacrificando tutta l’autoironia di fondo del primo capitolo. A tratti sembra quasi prendersi addirittura sul serio, pur di strizzare l’occhio ad un pubblico di giovanissimi. Un seguito fondamentalmente non necessario, e che non aggiunge davvero nulla a quanto già visto in passato.

Pro

  • Lo sforzo produttivo, evidente in tutto; dai costumi, alle coreografie;
  • Quasi tutto il cast ci crede ed offre una prova abbastanza convincente;
  • Le sequenze (musicali e non) con Maya Rudolph e Amy Adams in scena, che rendono un po’ di giustizia alla pellicola;
  • La sequenza con protagoniste Gabriella Baldacchino (Morgan) e Idina Menzel (Nancy). La canzone dedicata all’Albero dei ricordi è toccante e piena di significato, seppur stucchevole.

Contro

  • I numeri musicali; troppi, smielati, sdolcinati all’inverosimile, piatti e non particolarmente ispirati. Molto spesso esagerati (soprattutto quelli di Giselle), rendono il tutto quasi al limite del ridicolo;
  • Le musiche (un po’ diegetiche e un po’ no), che non lasciano il segno nello spettatore;
  • L’adattamento italiano delle canzoni, purtroppo non calzante (come spesso capita in questo tipo di prodotti) con il testo originale;
  • Il film cade vittima degli stessi cliché che vorrebbe parodiare;
  • L’incongruenza alla base del film. Perché non mostrare (per davvero!) i cartoni animati nel mondo reale? Un’occasione sprecata!

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