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Whalefall – Nella Balena, la recensione: un survival thriller che oscilla tra buone idee e una sceneggiatura non sempre convincente

di Redazione Network NCI

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Cosa fareste se vi ritrovaste intrappolati nello stomaco di una balena, con appena un’ora di ossigeno a disposizione e nessuna apparente possibilità di fuga? È questa l’insolita premessa di Whalefall – Nella Balena, il nuovo film prodotto da 20th Century Studios diretto da Brian Duffield che abbiamo visto in anteprima, tratto dall’omonimo romanzo del 2023 di Daniel Kraus. Un survival thriller che, almeno sulla carta, avrebbe tutti gli elementi per tenere lo spettatore incollato alla poltrona, ma che purtroppo non riesce a sfruttare pienamente le proprie potenzialità.

Nonostante una premessa decisamente originale, Whalefall non è soltanto un film sulla sopravvivenza. Al centro della storia troviamo infatti il complicato rapporto tra un padre e un figlio, segnato da incomprensioni, conflitti e rimpianti. Un tema universale, che il regista cerca di intrecciare con la disperata lotta del protagonista per tornare in superficie. Il risultato, tuttavia, non è pienamente convincente: una sceneggiatura che mostra qualche incertezza, un ritmo discontinuo ed effetti visivi altalenanti finiscono per compromettere un progetto che avrebbe potuto offrire qualcosa di più. Ecco la nostra recensione completa di Whalefall.

Whalefall: una lotta per la sopravvivenza che nasconde un dramma familiare

La storia segue Jay Gardiner, interpretato da Austin Abrams, un giovane che decide di immergersi nell’oceano per recuperare i resti del padre Mitt, interpretato da Josh Brolin, scomparso in mare dopo aver combattuto a lungo contro un tumore.

Il rapporto tra i due non è mai stato particolarmente semplice. Mitt è un uomo profondamente legato al mare, dal carattere autoritario e spesso incapace di manifestare affetto nei confronti del figlio. Vorrebbe che Jay seguisse le sue orme, trasmettendogli fin da piccolo tutte le conoscenze necessarie per affrontare le profondità marine. Il ragazzo, però, desidera costruirsi una vita diversa, lontano dalle aspettative paterne. La malattia di Mitt contribuisce a deteriorare ulteriormente un rapporto già complicato, lasciando Jay con numerose questioni irrisolte. Proprio per questo, il giovane decide di tornare in mare e recuperare ciò che resta del padre, nella speranza di potergli finalmente dare una degna sepoltura.

Whalefall”, nella pancia della balena, a ottobre al cinema | TV Sorrisi e Canzoni

Durante l’immersione, tuttavia, qualcosa va storto. Jay si ritrova coinvolto nell’incontro tra un gigantesco calamaro e un capodoglio, finendo per essere inghiottito da quest’ultimo. Intrappolato all’interno dell’animale, circondato da succhi gastrici e con una quantità limitata di ossigeno, il protagonista ha pochissimo tempo per trovare una via d’uscita. Da questo momento dovrebbe iniziare una disperata lotta contro il tempo, nella quale ogni decisione potrebbe fare la differenza tra la vita e la morte. Eppure, è proprio qui che Whalefall comincia a mostrare i suoi principali limiti.

Un rapporto padre-figlio interessante, ma sviluppato in maniera poco convincente

Il vero fulcro di Whalefall non è tanto la sopravvivenza all’interno della balena, quanto il rapporto tra Jay e Mitt. Attraverso numerosi flashback, il film ripercorre alcuni momenti della loro vita, mostrando un padre severo, talvolta eccessivamente duro, e un figlio che cerca disperatamente di ottenere la sua approvazione. Si tratta probabilmente dell’aspetto più interessante dell’intera pellicola. Le incomprensioni familiari, le aspettative dei genitori e le parole mai pronunciate sono elementi nei quali molti spettatori potrebbero riconoscersi. Whalefall cerca infatti di raccontare quanto possa essere difficile elaborare la perdita di una persona con la quale non siamo mai riusciti a costruire il rapporto che avremmo desiderato.

Whalefall: Nella Balena, il nuovo trailer del thriller di sopravvivenza

Durante la sua “prigionia”, Jay ripensa agli insegnamenti ricevuti dal padre, ricordando le tecniche di immersione e sopravvivenza che Mitt gli aveva trasmesso. Quelle stesse lezioni, che un tempo rappresentavano anche un motivo di conflitto, diventano improvvisamente fondamentali per tentare di salvarsi.

L’idea è interessante e offre una chiave di lettura ulteriore alla vicenda: il padre continua in qualche modo a guidare il figlio anche dopo la propria morte. Il problema, però, riguarda il modo in cui questa componente viene sviluppata. La sceneggiatura insiste ripetutamente sul rapporto tra i due, senza riuscire sempre a conferirgli la profondità emotiva necessaria.

La stessa balena assume progressivamente un significato metaforico, diventando una sorta di rappresentazione del padre e del conflitto interiore che Jay deve affrontare. Una scelta narrativa che comprendiamo, ma che in alcuni momenti ci è sembrata eccessivamente enfatizzata. Il risultato è un dramma familiare che presenta diversi spunti di riflessione, ma che non riesce a coinvolgere emotivamente quanto avrebbe dovuto.

Whalefall: un survival thriller che fatica a trovare il ritmo giusto

Uno dei principali problemi di Whalefall riguarda proprio il ritmo narrativo. La premessa suggerisce un survival thriller claustrofobico, nel quale il protagonista deve affrontare una situazione apparentemente impossibile, con il tempo che scorre inesorabilmente. Una situazione del genere dovrebbe generare tensione costante, trasmettendo allo spettatore un senso di angoscia e impotenza. Tuttavia, il film fatica a mantenere queste sensazioni per tutta la sua durata.

La narrazione viene infatti continuamente interrotta dai flashback dedicati alla vita di Jay e al rapporto con il padre. Una scelta comprensibile dal punto di vista della costruzione dei personaggi, ma che finisce per spezzare ripetutamente la tensione. Ogni volta che il film sembra entrare nel vivo della lotta per la sopravvivenza, la storia torna indietro nel tempo, interrompendo quella sensazione di urgenza che dovrebbe rappresentare uno degli elementi fondamentali del racconto. Non siamo contrari all’utilizzo dei flashback, naturalmente. Il problema non è la loro presenza, ma il modo in cui vengono inseriti all’interno della narrazione.

Brian Duffield cerca di far convivere due anime differenti: da una parte un thriller di sopravvivenza, dall’altra un dramma familiare incentrato sull’elaborazione del lutto. Due componenti che avrebbero potuto completarsi a vicenda, ma che finiscono troppo spesso invece per ostacolarsi. La conseguenza è un film che non riesce a trovare un equilibrio convincente, perdendo progressivamente parte della propria forza narrativa.

Effetti pratici convincenti, ma la CGI lascia parecchio a desiderare

Se c’è un elemento di Whalefall che merita di essere elogiato, è sicuramente il lavoro svolto nella realizzazione degli ambienti interni alla balena. Le scenografie e gli effetti pratici restituiscono una sensazione di concretezza, mostrando una particolare attenzione ai dettagli. L’ambiente nel quale Jay si ritrova intrappolato appare viscido, opprimente e ostile, contribuendo a rendere credibile, almeno visivamente, una situazione decisamente improbabile. È evidente la cura dedicata alla costruzione di questi spazi, che rappresentano probabilmente uno degli aspetti tecnicamente più riusciti dell’intera produzione.

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Purtroppo, non possiamo esprimere lo stesso giudizio sugli effetti digitali. In diverse sequenze, infatti, la CGI risulta poco convincente, creando un contrasto piuttosto evidente con la qualità degli effetti pratici. Ci riferiamo soprattutto ad alcune scene ambientate all’esterno della balena, in particolare durante l’attacco delle orche e quando il gigantesco cetaceo emerge nei pressi di un’imbarcazione turistica. In questi momenti la resa visiva ci è sembrata decisamente artificiosa, tanto da compromettere la credibilità delle immagini.

È un peccato, soprattutto considerando il buon lavoro svolto nella ricostruzione degli interni. La differenza qualitativa tra le due componenti risulta evidente e finisce per penalizzare ulteriormente un film che avrebbe avuto bisogno di un comparto tecnico più uniforme.

Whalefall: un’occasione non sfruttata fino in fondo

Alla fine della visione, Whalefall ci ha lasciato sensazioni contrastanti. Non siamo davanti a un film completamente da bocciare, perché la premessa è interessante, il rapporto padre-figlio offre diversi spunti di riflessione e il lavoro svolto sugli effetti pratici merita certamente di essere riconosciuto. Tuttavia, questi elementi non bastano a nascondere le incertezze di una pellicola che avrebbe potuto sfruttare meglio le proprie potenzialità.

La sceneggiatura fatica a sviluppare efficacemente la componente emotiva, mentre i continui flashback compromettono il ritmo di un racconto che avrebbe dovuto fare della tensione uno dei suoi principali punti di forza. A questo si aggiungono effetti digitali poco convincenti, che contrastano con la cura riservata alle scenografie e alla ricostruzione degli ambienti interni alla balena.

Whalefall cerca di raccontare molto più di una semplice lotta per la sopravvivenza. Dietro una premessa tanto insolita si nasconde una storia di dolore, rimpianti e riconciliazione tra padre e figlio, che in alcuni momenti riesce a offrire spunti interessanti, senza però coinvolgerci fino in fondo. Nel complesso, il risultato è un film sufficiente, che presenta alcune buone intuizioni e momenti riusciti, ma che non riesce a lasciare particolarmente il segno.

VOTO: 6,5

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Articolo di Salvatore Carboni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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