Supercoppa Italiana (@Shutterstock)
Sì, è una partita secca, ma è pur sempre un trofeo. E checché se ne dica, aggiungerne uno alla bacheca è sempre motivo di orgoglio, qualsiasi squadra sia. La Supercoppa giocata ieri, tuttavia, lascia diversi spunti di riflessione sotto vari aspetti, per entrambe le squadre; da una parte c’è un Inter che deve proseguire il proprio cammino di “redenzione”, mentre dall’altra c’è un Milan che deve raccogliere i pezzi del proprio fallimento e ripartire… Ma a conti fatti, cosa ci ha lasciato questa finale? Cerchiamo di fare un piccolo resoconto.
Chiamate pure Simone Inzaghi l’uomo della Supercoppa. L’appellativo non è casuale, ma semplicemente un giusto riconoscimento per l’allenatore che, insieme a Lippi e Capello, l’ha vinta più volte: ben quattro. Non solo: l’ex allenatore della Lazio infatti, ci sta prendendo gusto con le finali in generale. In carriera, su dodici atti conclusivi di tornei, ne ha portati a casa ben nove, considerando anche i suoi trascorsi con la Primavera della Lazio.
E tutto è più facile se Dzeko è in stato di grazia: ieri infatti, il bosniaco ha dimostrato una netta superiorità tecnica e tattica, portando il livello di gioco dei suoi allo step successivo. Prima il passaggio illuminante a liberare Barella sul gol dello 0-1, poi fa tornare Tonali tra i banchi di scuola, impartendogli una lezione di classe e stile sullo 0-2. La sua qualità è innegabile, così come l’età, forse l’unico ostacolo tra lui e il rinnovo.
La vittoria della Supercoppa era un obbiettivo dei rossoneri per quest’anno, su questo non ci sono grandi dubbi. Ma se è vero che nelle partite secche parecchie cose possono girare per il verso sbagliato, in quella di ieri è arrivata non solo la conferma di questa teoria, ma anche quella del periodo no degli uomini di Pioli. La squadra deve infatti fare i conti con una rosa che non abbonda di sostituti e che pecca un po’ di qualità per quanto riguarda le seconde scelte.
Per fare un esempio, il trio belga Origi–De Ketelaere–Vranckx è stato usato poco e senza sfruttarne a pieno le capacità; anche per questa ragione probabilmente, nessuno dei tre che ha ancora dimostrato l’apporto necessario da potersi confermare. E se il terzo può essere giustificato per la giovane età, gli altri due sicuramente non hanno rispettato gli investimenti, per il momento.
C’è anche da dire che il Milan non riesce a creare con facilità pericoli agli avversari; l’assenza di Maignan infatti, pesa soprattutto in questa direzione. La sua capacità di creare gioco con un rinvio o con un disimpegno che permetta una costruzione dal basso migliore era una carta importantissima per la squadra di Pioli, che dopo l’infortunio del francese, è venuta chiaramente a mancare. E manca tanto. Certo è che però, se il portiere è il fulcro del gioco, magari c’è da lavorare di più, in vista di una qualificazione in Champions League, che visti i presupposti, diventa fondamentale ogni giorno che passa.
Denzel Dumfries e Theo Hernandez durante il derby di Milano (@Shutterstock)
Arrivati a questo punto, ormai dovremmo farcene una ragione: i soldi nel calcio sono tutto. Ma tralasciando la questione economica, abbandoniamoci per un attimo al “semplice” tifo; un derby di Milano giocato a Riyad fa sorridere, così come pensare che i tifosi delle due squadre scelgano di fare una trasferta di migliaia di chilometri per godersi una partita che potrebbero tranquillamente avere a qualche chilometro da casa, proprio al San Siro.
Questo è il calcio di oggi, al quale siamo quasi completamente abituati. Ma se negli obbiettivi primari della Federazione c’è quello di rilanciare il calcio italiano, forse si può partire da qui; piuttosto che trasferire la partita dove sono i soldi, perché non possono essere gli sceicchi a venirla a vedere qui da noi?
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