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Pelé, omaggio alla “Perla Nera” diventata Re del calcio

di Alessandro Colepio

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Perla Nera“, “Re del calcio“, “Calciatore del secolo“: sono solo alcuni dei titoli legati al nome di Edson Arantes do Nascimento, noto al mondo come Pelé, il più grande giocatore della storia del Brasile, che ci ha lasciato l’altro ieri all’età di 82 anni dopo una lunga lotta con il tumore al colon.

Bolsonaro, capo di Stato brasiliano fino al 31 dicembre, ha proclamato tre giorni di lutto nazionale per piangere l’uomo simbolo di un intero Paese. E anche se la vita terrena di Pelé è giunta al termine, la sua leggenda continuerà a riecheggiare nel tempo e nelle gesta di ogni persona con un pallone fra i piedi.

Pelé (@Shutterstock)

Pelé, il giocatore più importante della storia del calcio

Il dibattito sul più grande giocatore di sempre è tutt’ora aperto e non farà altro che allargarsi con l’arrivo di nuovi fuoriclasse. Amare Maradona, Messi, Cristiano Ronaldo o qualsiasi altro genio di questo gioco è una scelta più che condivisibile: del resto ognuno è figlio della propria epoca e sente ancora più grandi i campioni che lo hanno accompagnato in gioventù.

Pelé invece è diverso. Circondato da un’aura mistica, quasi mitologica, che parla di un calcio che non c’è più, dal quale la figura di quel ragazzo brasiliano guardava tutti dall’alto del suo Olimpo personale. Perché Pelé è stato più grande delle divisioni, più grande dei trofei, più grande dello sport stesso se possibile. Inarrivabile, inavvicinabile. Il suo impatto non può essere valutato coi numeri, anche se tre Mondiali vinti e più di mille gol segnati dovrebbero bastare. Ma no, Pelé è stato molto di più.

È stato il primo ad indossare la numero 10 in un certo modo. La prese per puro caso, anzi a dirla tutta gliela diede un funzionario della FIFA al suo esordio in un Mondiale. Al termine dei 90 minuti la maglia aveva preso un significato diverso, una mistica che nel corso degli anni l’ha reso il numero più importante di questo sport. È stato il prototipo, l’idolo, il sogno di ogni bambino che in qualche baraccopoli brasiliana gioca scalzo fra i vicoli cercando di dribblare la sfortuna, sperando un giorno che il suo nome venga gridato forte da uno stadio gremito. È stato il primo a pensare, ancor prima di realizzare, la maggior parte delle giocate spettacolari che vediamo eseguite tutt’ora. In Inghilterra è nato lo slogan “Pelé did it first“, a sottolineare come sia lui l’inventore di tanti gesti tecnici moderni.

La sua grandezza si stacca dalla figura umana: lui non è un leader del popolo come Maradona, col suo carisma e le sue debolezze. Non è nemmeno il costrutto meccanico di lavoro e fatica come Cristiano Ronaldo. Pelé è il dio greco di questo sport, così perfetto e glorioso da non sembrare nemmeno un uomo come gli altri. E in effetti non lo è stato: la sua leggenda suscitava rispetto e ammirazione negli uomini più potenti della sua epoca. Tant’è che il generale Medici, dittatore brasiliano fra il ’69 e il ’74, gli ha impedito di trasferirsi in Europa in quanto “Patrimonio nazionale”. O ancora Ronald Reagan, ex presidente degli Stati Uniti, che quando lo ha incontrato ha detto: Io mi presento, lei invece non ha bisogno di presentazioni“.

Pelé non si è mai schierato politicamente, non si è mai innalzato a comandante di una lotta di classe. Ha vissuto la dittatura e la decolonizzazione, ha conosciuto i più grandi politici del mondo, ma si è sempre posto come il semplice rappresentante dello sport. La sua grandezza partiva dal campo e tramite il pallone usciva dalle gradinate dello stadio. Non era un condottiero rivoluzionario, lui giocava per il bene del calcio.

Anche un grande dell’arte come Andy Warhol ha avuto modo di omaggiare già ai tempi la grandezza di O Rei, che è stato tra l’altro il soggetto di una sua famosa serie di quadri. L’artista americano di lui ha detto: “L’unico capace di smentire la mia teoria dei 15 minuti di gloria. Lui avrà 15 secoli”.

Pelè (@Shutterstock)

Pelé, il Re del mondo

Pelé è stata la prima superstar della storia dello sport, capace di muovere le masse come nessuno prima e dopo di lui. Il suo Santos veniva invitato ovunque per giocare amichevoli e attirare il pubblico allo stadio, che accorreva numeroso per vedere il numero 10. Chiunque lo abbia visto in campo ha detto che un calciatore con il suo talento, il suo fisico e la sua intelligenza non c’è mai stato e probabilmente mai ci sarà. Una combinazione perfetta fatta di muscoli e fantasia guidata da un cervello analitico come un computer.

Chiunque se lo fosse trovato davanti sapeva già di non poterlo fermare. Europa, Sudamerica o qualsiasi altro avversario: non faceva alcuna differenza. Contro le squadre del Vecchio Continente ha segnato 211 reti in 201 gare, 41 in 38 contro le italiane. Chiedere a Tarcisio Burgnich, gran difensore azzurro che al cospetto del Re è sembrato poco più che un novellino.

Siamo nel 1970 e Pelé ha già vinto due Mondiali. Il primo a 17 anni, nel 1958 in Svezia, quando si è presentato al mondo. Il secondo nel 1962 in Cile, anche se è costretto a saltare la fase finale a causa di un infortunio. Quando il Brasile arriva in Messico nel ’70 rappresenta l’apice del calcio, sia a livello di club che di nazionale. Pelé è il centro di una squadra capace di schierare ben 5 fantasisti: oltre a O’Rei ci sono Rivelino, Jairzinho, Tostao e Gerson. Quella squadra, per alcuni la migliore della storia, esprime un gioco bello ed efficace e demolisce in finale gli azzurri per 4 a 1. Pelé apre le danze al 18′ saltando sopra Burgnich e schiacciando di testa il gol del vantaggio. Il suo marcatore dirà di lui: All’inizio pensavo fosse fatto di carne ed ossa, poi mi sono dovuto ricredere.

Leader di un popolo e di una generazione d’oro, capace di salire per tre volte sul tetto del mondo e restarci durante tutta la sua carriera, il simbolo di Pelé è stato così importante anche dopo il ritiro da essere nominato ministro straordinario per lo sport del suo Paese, prima di diventare FIFA Ambassador per la promozione dello sport. E proprio dalla FIFA è stato nominato “Calciatore del secolo“. Gli hanno dedicato un film, l’hanno dichiarato persino “Patrimonio storico-sportivo dell’umanità“.

È grazie a Pelé se il Brasile è diventato il Paese più vincente del Mondo. Prima del suo arrivo, la nazionale verdeoro aveva l’etichetta di eterna seconda e le ferite del Maracanazo erano ancora aperte. Serviva un simbolo, serviva qualcosa che ispirasse le nove generazioni e compattasse intorno a sé un intero movimento, e alla fine è arrivato lui. È stato il traghettatore che ha aperto le porte all’epoca d’oro del futbol bailado brasiliano e non a caso 3 dei 5 Mondiali li ha alzati al cielo lui. Nella storia del calcio c’è stato un prima ed un dopo Pelé.

La grandezza di Pelé va oltre i numeri, oltre i gol, oltre il pallone. È un sogno che vive ogni giorno nel respiro di tutti i bambini che sognano di uscire dalla povertà e diventare i migliori, ovviamente con la maglia numero 10 sulle spalle.

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