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Mascherina: dalla Cina un prototipo rivoluzionario “smart”

La pandemia da COVID-19 ci ha ormai da un paio d’anni abituati a indossare le mascherine, strumenti essenziali per limitare i contagi tra gli individui. Secondo una ricerca cinese riportata da RaiNews, tuttavia, ci potrebbe essere presto una rivoluzione che potenzierebbe ulteriormente l’efficacia di questa protezione. Nel giro di qualche anno, infatti, potrebbe diventare realtà una mascherina smart, in grado di individuare particelle di virus e avvisare prontamente l’interessato sullo smartphone. Scopriamo i dettagli di questa promettente ricerca.

Come funziona la mascherina e il ruolo degli aptameri

I ricercatori della Shanghai Tongji University hanno pubblicato i risultati del loro studio sulla rivista scientifica Matter. Il prototipo sperimentato dagli studiosi contiene un sensore con aptameri, ovvero delle molecole sintetiche composte da acidi nucleici che possono selezionare le specifiche proteine dei virus. Per comprendere al meglio questo concetto, si può prendere come esempio il Coronavirus.

Come riporta l’Università di Napoli Federico II, nel 2021 sono stati isolati degli aptameri con un’elevata affinità (quindi in grado di legarsi) alla proteina Spike del virus, riuscendo così a diagnosticarlo e rivelandosi utile per adottare una terapia. Uno dei vantaggi più notevoli di queste molecole consiste nel poter essere modificate con facilità per rispondere al meglio alle mutazioni del virus originario. Un bonus che purtroppo non è presente per gli anticorpi.

I sensori della mascherina “intelligente“, quindi, rivelano l’eventuale presenza di molecole patogene e nel giro di 10 minuti mandano un avviso sul cellulare.

L’efficienza del prototipo e le dichiarazioni dell’autore

A detta dei ricercatori, il prototipo, già testato, è in grado di individuare i virus più comuni, come l’influenza o il Coronavirus; tuttavia in caso di insorgenza di nuove patologie respiratorie si può modificare in fretta il sensore, proprio per la questione degli aptameri spiegata in precedenza. Il range di grandezza delle particelle che possono essere captate è davvero notevole, in quanto il minimo è di 0,3 microlitri, ovvero un valore estremamente inferiore a ciò che di norma emettiamo quando parliamo. L’autore principale dello studio, Yin Fang, afferma: “La nostra mascherina funzionerebbe molto bene in spazi con scarsa ventilazione, come ascensori o stanze chiuse, dove il rischio di essere infettati è alto“.

In questo video si può vedere il sensore in azione, che sembra essere applicato su una semplice mascherina FFP2. Ci auguriamo che questa ricerca possa dare presto i suoi frutti, potendo così introdurre nel mercato un prodotto rivoluzionario non solo per il presente, ma anche per fronteggiare con maggiore prontezza ed efficienza eventuali nuove patologie future.

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Lorenzo Peratoner

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