In uscita nelle sale italiane oggi, giovedì 25 giugno 2026, Supergirl è il secondo tassello del nuovo DC Universe targato James Gunn. Adattamento della serie a fumetti Supergirl: Woman of Tomorrow, il film diretto da Craig Gillespie racconta il ventitreesimo compleanno di Kara Zor-El, che sta attraversando la galassia di taverna in taverna insieme a Krypto.
La trama verte intorno all’incontro con Ruthye, una ragazza che perde i genitori per mano del brigante Krem delle Colline Gialle. Inizia così una space opera che si ispira fortemente a pellicole come I Guardiani della Galassia, Mad Max e John Wick, con Kara Zor-El che, oltre a proteggere la sua nuova amica, deve salvare il suo cane.
L’incipit narrativo, di fatto, sa di già visto, e tutta la storia si caratterizza per espedienti narrativi poco originali e coraggiosi. Nonostante la presenza del Lobo di Jason Momoa (invero limitata a brevi comparse comiche), inoltre, al film manca un avversario degno di impensierire seriamente Supergirl.
La donna del domani riesce sempre ad avere la meglio sui suoi avversari, evidenziando la sua netta superiorità. Questo rende i combattimenti, per quanto spettacolari (e con un buon uso degli effetti speciali), privi di quell’epicità che ha contraddistinto il Superman dello scorso anno.
Gli sceneggiatori hanno scelto di non osare, richiamando il più possibile l’immaginario e l’iconografia dei Guardiani di casa Marvel. Supergirl è, infatti, un’opera profondamente derivativa. Dalla colonna sonora agli inseguimenti su pianeti sabbiosi, il film fatica a stupire davvero lo spettatore.
Un elemento, questo, reso ancora più complesso dalla scrittura. I dialoghi, quanto i personaggi, risultano superficiali e fin troppo espliciti: tutto viene continuamente palesato, dichiarato. Non c’è un sottotesto, un messaggio lasciato all’interpretazione dello spettatore. In particolare, tra i personaggi non ci ha minimamente convinto Ruthye, che, a parte essere uno dei motori d’avvio della storia, risulta pesante e poco utile allo sviluppo narrativo.
L’unica a salvarsi è proprio Kara Zor-El, interpretata dall’eccellente Milly Alcock. L’attrice, già intravista nel film di James Gunn, è un’ottima Supergirl, ribelle al punto giusto e capace di stupire nei momenti più drammatici. Momenti che, a conti fatti, sono quelli che ci sono piaciuti di più.
Con Supergirl, James Gunn aggiunge un nuovo tassello al suo potenzialmente ricco mosaico di produzioni DC. La storia di Kara si lega a doppio filo con quella di Clark Kent (David Corenswet). Se tuttavia la pellicola con protagonista Kal-El ci aveva convinto appieno, fatichiamo a trovare un reale senso al viaggio di sua cugina, uscito tra l’altro a così breve distanza dal predecessore.
A prescindere dal fatto che, dopo Superman, avremmo preferito l’introduzione nel DCU di qualche altro supereroe, Supergirl meritava sicuramente un destino migliore. Le potenzialità e le possibilità, dopotutto, c’erano tutte. Dal suo arrivo a Metropolis (che comunque scopriamo grazie a dei flashback) al suo rapporto con Clark, l’origin story di Kara poteva essere decisamente più epica.
È proprio questo l’aspetto che più è mancato al film: quella epicness necessaria in una produzione supereroistica, a maggior ragione quando si ha a che fare con un personaggio potente come un kryptoniano. La speranza, a questo punto, è che James Gunn e la sua squadra ritrovino la giusta rotta per costruire un universo cinematografico degno di competere con quello della Casa delle Idee, e che soprattutto si discosti da questo, non cercando solo di imitarlo ma proponendo qualcosa di nuovo e che dia giustizia all’incredibile roster DC.
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VOTO: 7
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