“La Sirenetta” è il remake in live action dell’omonimo film d’animazione Disney del 1989, che fece un po’ da apripista al periodo conosciuto oggi come il “Rinascimento” del colosso dell’animazione internazionale. Diretta da Rob Marshall, la pellicola ha fatto molto parlare di sé nei mesi scorsi per la scelta di affidare il ruolo della protagonista Ariel ad Halle Bailey, attrice e cantautrice statunitense di origini afroamericane; tra i membri del cast anche Jonah Hauer-King nei panni del Principe Eric, Melissa McCarthy nei panni di Ursula e Javier Bardem in quelli di Re Tritone. Nella versione italiana, al cinema dal 24 maggio, troviamo poi anche Mahmood a prestare la voce al granchio Sebastian…
Fin dall’annuncio, “La Sirenetta” non sembrava partire esattamente sotto i migliori auspici. La critica internazionale non è mai stata troppo tenera nei confronti dell’ormai lunga sequela di remake in live action dei Classici d’animazione Disney e, come non bastasse, la potenziale reazione del grande pubblico ad un casting sulla carta tanto inclusivo quanto azzardato era alquanto imprevedibile. Il focus era quindi tutto sulla Ariel interpretata da Halle Baily, nell’occasione protagonista per la prima volta anche sul grande schermo.
A conti fatti, possiamo affermare che la giovane cantautrice è promossa a pieni voti ed è stata capace di sfoderare una prestazione degna di nota sia da un punto di vista prettamente attoriale che soprattutto vocale, spazzando via nel giro di pochi minuti di visione tutte le polemiche che ne hanno precedentemente accompagnato l’annuncio. Ben presto ci si dimentica dell’inutile chiacchiericcio dei mesi scorsi concentrandosi soltanto sul godersi il film in sala!
La pellicola non si pone come rifacimento 1:1 del Classico d’animazione originale, ma quasi; trovano molto più spazio, ad esempio, le dinamiche familiari relative al Principe Eric, che stavolta vive tra le mura regali di un non meglio specificato protettorato britannico nelle isole caraibiche. Quest’ultimo canovaccio serve in parte a giustificare anche il cambio etnico della protagonista, che a nostro avviso comunque non necessitava di alcuna giustificazione. La differente ambientazione delle scene in superficie, per quanto estremamente secondaria ai fini pratici della trama, regala comunque margine a qualche sequenza in più, a dire il vero non del tutto necessaria e utile soltanto a confezionarci nuove (superflue) canzoni, distribuite scolasticamente ad alcuni dei personaggi principali.
In lingua originale l’iconico Sebastian ha la voce di Daveed Diggs. Per quanto riguarda invece la versione italiana, non è certo passato inosservato il fatto che a prestare la voce al granchio sia stato Mahmood, il cantautore divenuto celebre a partire dall’inaspettata vittoria al Festival di Sanremo 2019 con la hit “Soldi”. Per quanto non si stia parlando di un professionista del settore, il lavoro svolto dall’artista milanese in fase di doppiaggio è quantomeno degno di nota. Sebastian è un personaggio dallo screen time piuttosto elevato, tanto da poter essere considerato un vero e proprio coprotagonista, esattamente come per il vecchio film d’animazione; la voce di Mahmood è quindi molto presente in scena e, grazie ad una caratterizzazione differente da quella offerta dal personaggio del film originale, finisce alla lunga con l’attirarsi ugualmente le simpatie dello spettatore.
A non convincerci sono stati invece gli altri comprimari animali, Flounder e Scuttle. Il primo è l’apprensivo ma fedele pesce tropicale miglior amico di Ariel; il secondo è una sciocca sula anch’essa amica di Ariel, cui fornisce descrizioni fantasiose e a dir poco inaccurate di ogni oggetto ritrovato in superficie. Così come per Sebastian, la produzione ha scelto di rappresentare i sidekicks della pellicola in maniera estremamente realistica, sacrificandone quindi l’espressività; mentre però il granchio riesce comunque in qualche modo a sfruttare a suo vantaggio gli insospettabili occhietti lunghi e sottili di cui è dotato per esprimersi al meglio, non si può dire lo stesso dei due compagni di avventure.
Flounder in particolare non sembra capace di espressione alcuna, restituendo allo spettatore una sensazione di “voice over” durante i (pochi) momenti di dialogo di cui si rende protagonista. Il personaggio è comunque vittima di un evidente downgrading intellettivo rispettivo all’originale, e anche il minutaggio a schermo che gli viene riservato nel corso della pellicola è piuttosto scarno e sacrificato.
Discorso leggermente diverso per Scuttle (doppiata in originale da Awkwafina), che per l’occasione subisce un gender swap e passa dal genere maschile dell’originale al genere femminile di questo remake. Come se non bastasse, si è deciso stavolta di renderlo una sula bassana anziché un comune gabbiano, al fine di poter includere il personaggio anche in alcuni momenti subacquei; anche in questo caso la spalla della protagonista non risulta particolarmente accattivante, e si rende anzi protagonista di una nuova scellerata traccia musicale a tinte rap in “featuring” con Sebastian, francamente evitabile.
Il discorso sull’espressività dei personaggi in CGI e sulla loro relativa memorabilità ci porta però ad una riflessione un po’ più ampia. Esattamente com’era già successo per canzoni iconiche quali “Hakuna Matata” o “Sarò Re” de Il Re Leone (2019), anche la nuova versione di “In fondo al mar” proposta per l’occasione non riesce ad imporsi minimamente nella mente dello spettatore, nonostante l’evidente sforzo produttivo per realizzare il numero musicale in maniera quanto più sgargiante e fantasiosa, più simile possibile all’originale. La realtà dei fatti ci dice che a visione ultimata la sequenza in questione viene immediatamente rimossa, riportandoci alla memoria solo e soltanto il materiale d’origine. Farà certamente divertire i più piccoli, che senz’altro se la godranno in sala; ma chi è cresciuto con i Classici originali sa bene di aver vissuto tutt’altra esperienza in passato…
Accenniamo poi ad altri due personaggi di rilevo all’interno della narrazione: l’Ursula di Melissa McCarthy e il Re Tritone di Javier Bardem. Nonostante il design adottato per la storica villain Disney non ci abbia convinti del tutto, l’interpretazione istrionica dell’attrice americana è perfettamente centrata per il ruolo: perfida, sibillina, talvolta macchiettistica, sopra le righe il giusto. Il padre della protagonista soffre invece di un certo anonimato, che lo relega sostanzialmente a svolgere una funzione di contorno, privo di qualunque accenno di tridimensionalità, se non per un breve momento sul finale; il saggio e serioso Tritone dell’89 compariva forse poco a schermo, ma a modo suo ancora oggi si fa ricordare come l’anziano, protettivo e istintivo padre di Ariel. Si può dire lo stesso della versione interpretata dal pur bravo Bardem? Probabilmente no.
@La Ursula di Melissa McCarthy
Da un punto di vista prettamente tecnico, al film non si può rimproverare granché; la regia di Rob Marshall è di fatto pulita ma scolastica, priva di particolari guizzi se non in alcune sequenze, una in particolare di cui vi parleremo poco più avanti. I problemi di fotografia e di color grading emersi in rete al rilascio dei primi trailer internazionali sembrano essere stati risolti piuttosto brillantemente, donando ai colori e alla luce sott’acqua un certo equilibrio tra i momenti più bui degli abissi oceanici e quelli più luminosi e colorati di profondità meno proibitive. Anche a livello di effetti visivi e computer grafica nulla da segnalare nello specifico, se non qualche leggero svarione qua e là e un green screen forse un po’ troppo evidente in un momento topico della pellicola, che uno spettatore medio però difficilmente noterebbe.
Ciò che invece dona spessore all’intero impianto tecnico sono certamente le musiche e gli arrangiamenti di Lin-Manuel Miranda, ormai uomo di fiducia per Disney. Dopo aver musicato e recitato in diversi progetti della casa di Topolino, l’artista (accreditato stavolta anche come co-produttore) ha saputo rendere giustizia ai brani storici del titolo sperimentando contemporaneamente qualcosa di nuovo con tracce inedite, seppur non tutte riuscitissime. Il risultato finale è comunque soddisfacente, in linea con diversi dei recenti remake prodotti dalla major.
“La Sirenetta” è quindi un film che riesce in buona sostanza a convincere nonostante i difetti, soprattutto grazie ad un’attrice protagonista che si dimostra all’altezza della situazione, capace di spazzare via ogni tentativo di delegittimazione della parte, che ha abbondantemente meritato di ottenere. La sequenza in cui viene portato in scena il main theme della colonna sonora (“Parte del tuo mondo” nel film dell’89) è semplicemente da pelle d’oca, tanto in lingua originale quanto in italiano, dove è cantata da Yana_C.
Un attento lavoro di regia e fotografia riesce a valorizzare sia i contrasti emotivi sul volto della protagonista, che quelli di luce e ombra dal fondo dell’insenatura sottomarina da cui Ariel intravede la fioca luce del sole che le arriva dalla superficie che tanto desidera conoscere; la reprise del tema che segue da lì a poco regala poi frames da cartolina, girati tra l’altro lungo una famosa spiaggia della nostra Sardegna. Questa pellicola saprà far breccia nel cuore degli spettatori!
A non convincere, ancora una volta, è invece la natura stessa di questa tipologia di progetto. Remake del genere alla lunga finiscono spesso con l’essere completamente rimossi o dimenticati, così come le relative riproposizioni di scene cult; questi segmenti, iconici per natura, nella maggior parte dei casi risultano essere nient’altro che una copia sbiadita dell’originale. Oltre agli esempi già citati in precedenza, pensiamo a “Il mondo è tuo” di Aladdin, o a “La Bella e La Bestia” dell’omonimo film, o ancora a “Il Cerchio della Vita” de Il Re Leone; viene in mente il relativo rifacimento o forse si torna sempre col pensiero al Classico d’animazione originale? “La Sirenetta”, purtroppo, non fa eccezione!
Il “cartone animato” permette di concretizzare e portare a schermo idee, concetti e situazioni altrimenti impossibili da rappresentare; traslarli in un contesto “in carne ed ossa” non fa altro invece che rendere il tutto inverosimile, incoerente, poco espressivo e talvolta straniante. La pretesa, in nome del dio denaro, di riproporre ai più giovani storie classiche da riscoprire, non fa altro che appiattire caratterizzazione, estetica, narrativa, fantasia e mitologia proprie della vicenda raccontata, rendendo di fatto l’intero progetto una sorta di scialbo esercizio di autocelebrazione, indipendentemente dalla qualità del singolo film.
Ecco a voi il trailer ufficiale italiano de “La Sirenetta”:
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