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Her: tra finzione e realtà

Quante volte vi è capitato di innamorarvi di una voce? Oppure di un’idea? Di innamorarvi di una persona e di rivedervi completamente in lei? Di crescere insieme, di cambiare e come tutte le cose belle, finire. Ogni individuo ha inevitabilmente avuto la propria dose d’amore, che non sempre era sinonimo di felicità. Ovviamente con il passare del tempo sono nate opere come “Her“, che avevano come scopo principale quello di narrare tutte le sfaccettature delle relazioni basate sull’ amore, sul sentimento che dà tanta felicità al pari di quanta ne toglie.

Come “Her” ci ha aperto gli occhi

Her” è uno dei capolavori indiscussi della scorsa decade. Lungometraggio del 2013 vincitore del premio oscar per la miglior sceneggiatura, diretto da Spike Jonze con un Joaquin Phoenix in stato di grazia nei panni del protagonista e Scarlett Johansson che presta la voce ad una splendida controparte femminile. Il film narra la storia d’amore tra Theodore, un uomo solo, in crisi dopo la separazione dalla moglie, e un’intelligenza artificiale capace di provare l’intera gamma delle emozioni umane che prende il nome di Samantha, il tutto ambientato in un futuro utopico. Ovviamente il film verte sul rapporto tra i due facendo riflettere lo spettatore sulle inspiegabili e varie emozioni che regolano l’esistenza stessa. Il film è disponibile su Netflix.

La tecnologia dà, la tecnologia toglie

Her” possiede un’ulteriore chiave di lettura. Quanto la tecnologia incide sulle relazioni? Viviamo nell’era dei social. Flussi di dati che ci permettono di conoscere persone che altrimenti non avremmo mai conosciuto. Essere in contatto con chiunque anche a chilometri di distanza, poter protrarre un rapporto nel tempo grazie alla comunicazione, riuscire ad essere vicini anche se lontani. Risulta impossibile non parlare di quanto la tecnologia ci abbia permesso di vivere la quarantena dovuta al COVID-19 senza essere totalmente alienati dal nostro percorso di vita e dalle nostre relazioni umane. Ma in condizioni normali come quelle precedenti agli svariati lockdown non è da escludere che potrebbe essere proprio questa “ipersocialità” a renderci degli asociali. Incapaci di relazionarci con coloro che ci circondano, e rendendoci ciechi davanti ad una moltitudine di relazioni umane che si nascondono proprio dietro l’angolo. Divenendo vittime della pubblicità migliore di noi stessi, dell’ostentazione che uccide la sostanza.

Cosa fare?

Her” enfatizza un fenomeno oggettivo che abbiamo riscontrato negli ultimi tempi. Le gioie e le difficoltà di relazioni quasi totalmente digitalizzate, che ci depauperano della nostra capacità di socializzare ma contemporaneamente regalandoci del tempo da trascorre con coloro che amiamo davvero, vanificando le distanze. Quindi? Dobbiamo ringraziare o maledire la tecnologia? Dobbiamo usarla o bistrattarla? La risposta è semplice. Ricorrere all’equilibrio, per quanto complicato, tra due forme di socialità opposte ma uguali, come una sagoma allo specchio. Cercando di carpire il meglio che entrambe possono offrirci.

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di Alessandro Marasco

Redazione Network NCI

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