Copenhagen Cowboy, via YouTube @Netflix
A quasi quattro anni di distanza da “Too Old to Die Young”, Nicolas W. Refn torna in TV con “Copenhagen Cowboy”, prodotto seriale sbarcato lo scorso 5 gennaio su Netflix.
Ingaggiata dalla spietata Rosella, Miu è costretta a collaborare con gli esponenti della malavita danese. Tuttavia, le conseguenze del suo coinvolgimento all’interno delle attività criminali di Copenhagen, si abbatteranno ben presto su coloro che le ruotano attorno…
Sara Isabella Jönsson, Johanne Algren e Mona Masri. Tre autrici per un copione tanto elusivo quanto inequivocabile, conforme al cinema post “Drive” del regista e, di conseguenza, riluttante nei confronti del becero maschilismo. L’uomo popola il sottobosco della capitale, spinto dal desiderio di assoggettare al proprio volere chiunque gli si pari difronte, specialmente se di sesso opposto. Il ritorno a casa di Refn è quindi segnato da stupri ad opera di viscidi individui grugnanti, così come dallo sfruttamento della prostituzione o dal ricorrente complesso edipico. Persino l’estirpamento della femminilità assume connotati artistici, figli di un mal riposto senso di inadeguatezza.
Copenhagen Cowboy, via YouTube @NetflixNordic
È Miu a giurare vendetta contro i precetti fallocratici dettati da “Copenhagen Cowboy”. Una creatura esile, androgina, caratterizzata da un volto inamovibile e da uno sguardo in grado di scandagliare l’anima di chicchessia. Priva di un vero e proprio background, la protagonista sembra appartenere a un’altra specie: a lei ci si rivolge nella speranza che possa esaudire desideri o alleviare condanne. Ciononostante, a degli elementi così sfuggenti (prossimi al sovrannaturale) ne corrispondono altri pragmatici, volti a rendere “accessibile” il personaggio. Ne sono un esempio sia il vestiario, iconico nel taglio e nel colore, che l’armonico stile di combattimento (ineccepibile in tal senso il controllo del corpo di Angela Bundalovic). Insomma, in Miu risiede l’ambizione di sovvertire l’ordine costituito da una virilità tossica, legata a doppio filo a dei “bambini” viziati, più simili a maiali che a esseri umani.
Lo spettatore non farà fatica a distinguere i marchi di fabbrica del creativo. Il quadro viene manipolato, elaborato e infine sublimato, complici gli splendidi toni di Magnus Nordenhof Jønck e le stordenti sonorità di Cliff Martinez, Peter Kied e Julian Winding. Ancora una volta, la canonicità del racconto cede il posto alla forza evocativa di un’immagine che ripudia categoricamente gli odierni modelli produttivi. Prima di tutto vi è la ricerca estetica. Se da un lato si assiste alla statica composizione del frame, dall’altro è il geometrico movimento di macchina (circolare in più di un’occasione) a svelare i particolari della sorprendente messinscena. I tempi imposti dal comparto tecnico finiscono altresì per influenzare i dialoghi: il silenzio regna sovrano, interrotto di rado da sporadici botta e risposta. Mentre i neon concorrono al progressivo allontanamento dell’intreccio da un contesto verosimile, gli scenari notturni designano una periferia desolante, rinvigorita soltanto dall’ineccepibile illuminazione proposta dal direttore della fotografia. È indubbio che Refn si serva della componente formale (ancor prima di quella contenutistica) con lo scopo di fornire un’alternativa allo schizofrenico intrattenimento contemporaneo.
Copenhagen Cowboy, via YouTube @NetflixNordic
L’ossessiva rilettura del noir conduce la produzione verso il western e le pulsazioni del thriller, per poi abbracciare sia l’immaginario wuxia che le atmosfere gotiche: a quest’ultime in particolare, si deve la raggelante distorsione della mascolinità. Tra magia e credenze popolari, comprimari legati al fantastico e continui riferimenti al mondo animale, il peregrinare della protagonista acquisisce poco a poco le fattezze della favola nera. La condanna del vizio e l’inclinazione morale ne costituiscono le ulteriori prove.
Copenhagen Cowboy, via YouTube @NetflixNordic
La caratterizzazione di Miu rende il tutto ancor più sospeso, complice la meticolosa performance della Bundalovic. Contenuta nella gestualità, l’attrice, nonché ex studentessa di danza e coreografia, centellina ogni esternazione, promuovendo il rilascio a fuoco lento dei propri tratti distintivi. Condiscendente, quasi arrendevole di primo acchito, eppure ugualmente padrona della situazione e dei mezzi di cui dispone; in lei alberga la summa dei personaggi di spicco plasmati dall’autore danese (che sia l’autista reso celebre da Ryan Gosling o l’inafferrabile indossatrice interpretata da Elle Fanning). A tal proposito, non sorprende che l’imperturbabilità della donna venga sconvolta dalla visione mefistofelica di una creatura altrettanto potente (incarnata dalla figlia del cineasta) e dalle sembianze prettamente femminili.
In definitiva, il regista dimostra nuovamente di non temere il piccolo schermo. È paradossale che lo streaming divenga lo strumento ideale per prendere le distanze dall’audiovisivo moderno, troppo spesso imbrigliato in schemi che ne pregiudicano la qualità. Alla standardizzazione, il prodotto privilegia il surrealismo di un intreccio anarchico, popolato da vecchie conoscenze (Zlatko Buric) e graditi camei (Hideo Kojima), corroborato a sua volta da un gusto estetico con pochi eguali. Il compromesso non è contemplato, “Copenhagen Cowboy” è Refn allo stato puro… impossibile affermare il contrario.
E voi che ne pensate di “Copenhagen Cowboy”? Vorreste rivedere Refn sulla piattaforma? Fatecelo sapere sui nostri canali social. Intanto v’invitiamo a restare sulle pagine di Nasce, Cresce, Streamma per ulteriori recensioni provenienti dal mondo del cinema e delle serie TV.
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