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Verity, la recensione: tra atmosfere cupe e verità sconvolgenti

di Nasce Cresce Ignora

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Portare sul grande schermo un romanzo particolarmente amato non è mai un compito semplice. Basta pensare a casi come “Io sono Leggenda” e “World War Z”, che hanno ricevuto tante critiche per il forte distacco dalle rispettive opere letterarie, o addirittura casi dove è lo stesso scrittore a prendere le distanze dal risultato finale: Stephen King e le continue critiche verso lo Shining di Stanley Kubrick è l’esempio più celebre. Arriviamo quindi oggi a Verity, il thriller psicologico di Colleen Hoover che ha conquistato lettori e lettrici di tutto il mondo.

C’è una premessa importante da fare: chi scrive la recensione non ha letto il romanzo, perciò il giudizio sul film nasce esclusivamente dall’esperienza cinematografica. E considerando quanto un adattamento possa essere percepito diversamente da chi conosce e ama già la storia, è doveroso sottolinearlo.

Dakota Johnson stars as Lowen Ashleigh in director Michael Showalter’s VERITY, from Amazon MGM Studios.
Photo credit: Alisha Wetherill © 2026 Amazon Content Services LLC. All Rights Reserved.

Un’atmosfera che funziona

Fin dalle prime sequenze, Verity riesce a costruire un’atmosfera particolare. Veniamo subito catapultati in una New York cupa, opprimente, specchio dello stato d’animo e di vita della protagonista.

È proprio l’atmosfera uno degli aspetti che abbiamo apprezzato maggiormente. La fotografia accompagna bene questa sensazione di inquietudine e contribuisce a dare al film un’identità visiva precisa. Da New York al solitario Vermont, la scelta degli ambienti e il modo in cui vengono sfruttati contribuiscono a creare quel senso di isolamento e tensione necessario per lo sviluppo della trama.

Il cast rispetta le attese

Anne Hathaway, Dakota Johnson e Josh Hartnett funzionano bene nei rispettivi ruoli e riescono a dare credibilità a una storia che, proprio per la sua natura, richiede agli interpreti di muoversi continuamente tra tensione, ambiguità e situazioni fuori dall’ordinario.

Anne Hathaway, come era facile aspettarsi, lascia il segno, riesce a dare a Verity una presenza scenica capace di mantenere viva l’attenzione anche nei momenti in cui la sceneggiatura sembra perdere un po’ di mordente.

Qualche accelerata di troppo

È però proprio nella sceneggiatura che Verity mostra i suoi principali limiti.

La parte centrale tende a correre, quasi come se il film avesse la necessità di raggiungere rapidamente alcuni passaggi fondamentali della storia. E da qui nascono i primi problemi, le dinamiche sviluppatesi dai personaggi sembrano poco naturali, quasi grottesche, e fanno storcere il naso allo spettatore, tutt’altro che coinvolto da ciò che sta accadendo.

Una sensazione che diventa ancora più evidente nel finale. Un cambio di prospettiva, un colpo di scena talmente importante da stravolgere completamente il film, ma che viene dato in pasto a uno spettatore che non ha ancora metabolizzato quanto visto poche scene prima.

Il cinema impone inevitabilmente tempi e necessità narrative differenti rispetto ai romanzi. In questo caso, la sensazione è che la necessità di adattare una storia complessa in poco meno di due ore abbia portato a una narrazione eccessivamente veloce soprattutto nella seconda metà del film.

Per chi conosce il romanzo, quindi, il confronto sarà inevitabile. Per chi invece, come noi, arriva completamente al buio, Verity può essere affrontato semplicemente come un thriller con i suoi pregi e i suoi diversi difetti.

Dakota Johnson stars as Lowen Ashleigh in director Michael Showalter’s VERITY, from Amazon MGM Studios.
Photo credit: Alisha Wetherill © 2026 Amazon Content Services LLC. All Rights Reserved.

 

PRO

  • Anne Hathaway è divina;
  • Atmosfera e fotografia curate;
  • Buon ritmo iniziale che innesca curiosità e tensione;
  • Alcuni momenti riescono a sorprendere e a mantenere vivo il mistero.

CONTRO

  • Sceneggiatura troppo frettolosa nella parte centrale e nel finale;
  • Alcune situazioni avrebbero necessitato di maggiore approfondimento;
  • Comportamenti fin troppo “finti” e grotteschi dei personaggi.

 

VOTO: 6,5

 

Articolo di Marco Fummo

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