INPS (@Shutterstock)
S.B., un detenuto del carcere di Ivrea (TO) ha ricevuto il Reddito di cittadinanza nonostante la sua permanenza in carcere. Il giudice però lo assolve: la colpa non è sua, ma del Caf.
Durante un permesso premio, il detenuto S.B. era rientrato temporaneamente a Cairo Montenotte (SV), dove risiedeva. In quel periodo, si era rivolto ad un Caf per fare richiesta del Reddito di cittadinanza insieme alla compagna, che lavora come badante e percepisce uno stipendio di circa 900 euro mensili.
La normativa in vigore, però, escludeva esplicitamente l’accesso al Reddito di cittadinanza per le persone in stato di detenzione; ma, al momento della richiesta, S.B. specificò comunque di essere in carcere al momento della richiesta. Sebbene la pratica avrebbe dovuto essere immediatamente bloccata al momento della richiesta, il Caf aveva accolto e inoltrato la domanda, nonostante la presenza del documento rilasciato dall’istituto penitenziario, in sostituzione della carta d’identità.
S.B. ha quindi percepito il reddito di cittadinanza per alcuni mesi, per un totale complessivo di poco meno di 4mila euro. Solo successivamente, dopo controlli incrociati effettuati da Inps e Guardia di Finanza, è emerso che l’uomo non possedesse i requisiti per recepire l’agevolazione. A quel punto, a S.B. è stato sospeso l’assegno che recepiva mensilmente e gli venne inoltre richiesta la restituzione delle somme percepite, oltre alla notifica dell’apertura di un procedimento penale a suo carico.
Nel corso del processo, S.B. ha giustificato la sua richiesta del Reddito di cittadinanza, nonostante la sua condizione di detenuto:
“Molti altri nella mia stessa situazione l’avevano fatta e così ho provato a presentarla anche io.“
Il giudice, a seguito del processo, non ha ritenuto l’uomo colpevole dell’indebita appropriazione del Reddito, poiché S.B. non aveva omesso alcun’informazione al momento della richiesta. A sbagliare sarebbe stato il Caf, poiché ha accettato e inoltrato la richiesta, anziché rifiutare immediatamente il procedimento.
Scritto da: Gaia Cobelli
Fonti: La Stampa, Il Giornale d’Italia
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