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La Corea del Sud si presenta al mondo come una terra vibrante, famosa per le band k-pop, i drama televisivi, i prodotti di bellezza e la cucina ricca e varia. Tuttavia, dietro questo fascino internazionale si nasconde una realtà più complessa, dove la cultura competitiva influisce profondamente sulla vita quotidiana dei suoi cittadini. Fin dai primi anni di scuola, gli studenti affrontano una pressione estrema per entrare nelle università più prestigiose, con lunghe ore di studio che possono superare le 16 giornaliere e un esame finale di nove ore che diventa un vero spartiacque per il futuro. Il sovraccarico scolastico, l’assenza di educazione fisica e la limitata possibilità di rapporti interpersonali rendono molti adolescenti vulnerabili a stress e ansia, portando metà di loro a manifestare pensieri suicidi secondo recenti sondaggi.
Bandiera della Corea del Sud (@Shutterstock)
La pressione non termina con la scuola: i lavoratori sudcoreani affrontano una realtà altrettanto intensa. Orari di lavoro estenuanti pongono il Paese tra quelli con il più alto livello di “superlavoro” al mondo. Il termine giapponese Karoshi, che indica la morte per eccesso di lavoro, è tristemente noto anche in Corea del Sud. Questo ritmo frenetico contribuisce a uno dei tassi di suicidio più alti al mondo e alimenta un senso di alienazione, dove la competizione e il dovere sembrano soffocare il benessere mentale e sociale dei cittadini.
In risposta a questa pressione, nasce a Hongcheon un’esperienza unica chiamata Prison Inside Me, un ritiro che simula la vita in prigione per aiutare le persone a ritrovare equilibrio mentale. Prison Inside Me è stato fondato dall’avvocato Kwon Jong-suk e dalla co-fondatrice Noh Ji-Hyang e permette ai partecipanti di sperimentare isolamento e privazioni volontarie in celle di 5 metri quadrati, senza cellulari, libri o distrazioni, con pasti semplici e momenti di silenzio assoluto. La permanenza, della durata di 24-48 ore, offre un’occasione di introspezione profonda: molti scoprono che il vero carcere non è la cella, ma la frenesia della vita quotidiana. Questa pratica insolita rappresenta una via alternativa per gestire lo stress estremo e riconnettersi con se stessi, trasformando la privazione in riflessione e pace interiore.
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Articolo di Biagi Linda
Fonte: LaTestataMagazine
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