Anche i capitoli peggiori della storia hanno un finale. Ma alcuni sono più difficili di altri da chiudere. La storia di Norimberga si propone di trattare proprio di questo: il processo ai gerarchi nazisti della cerchia di Hitler. Quantomeno il processo principale, durato dal 18 ottobre 1945 al 1° ottobre 1946. Il regista e sceneggiatore, James Vanderbilt, mette sotto la lente di ingrandimento svariati momenti fondamentali per lo svolgimento, dividendo la narrazione tra chi ha ideato il processo, sostenendolo, e l’elemento più famigerato che si sedette alla sbarra.
La narrazione segue fondamentalmente gli eventi di due personaggi, attraverso gli occhi di un terzo. Il primo è Robert Jackson, giudice statunitense che muove i fili per far sì che il processo avvenga e sia istituito. Interpretato da un Michael Shannon in gran forma, il personaggio sembra quasi passare in secondo piano in certi momenti. Ma questa non è una debolezza, bensì una forza, ogni volta che viene ricordato allo spettatore che tutto quello che sta vedendo, dopo i primi dieci minuti, è avvenuto per merito suo. Del suo lavoro incessante, sia davanti sia dietro le quinte. Un personaggio che viene rappresentato spesso in sottrazione, perché meno lo si vede più è efficace. Questo non significa che non sia protagonista di scene importanti: letteralmente la scena più importante e impattante del film la regge lui. Ammirevole anche il fatto che, nonostante il film sia americano, lui sia l’unico statunitense mostrato in veste positiva. Vengono accennati infatti i comportamenti del Presidente Truman e del resto della Corte Suprema, sicuramente più negativi e incentrati sul “chiudere la storia in fretta“. Jackson, invece, è un puro personaggio di giustizia. Disposto a creare il primo tribunale internazionale per ottenerla.
Il secondo personaggio è Hermann Goering. Il secondo in comando di Hitler. Un uomo estremamente intelligente e narcisista. Interpretato da un Russell Crowe immenso, letteralmente una delle sue migliori interpretazioni. Il film si incentra molto su di lui, soprattutto perché è il principale bersaglio del processo. “Cade Goering, cadono tutti“, questa è la frase che viene ripetuta più volte durante il film. La sua presenza, ogni volta che è in scena, determina una magnitudo nella narrazione. La sua umanizzazione è parte integrante dell’opera, ma è complessa, ricca di sfumature come l’animo umano. Non siamo davanti a un’opera che si propone di raccontare l’uomo dietro al mostro, perché non si può. L’uomo e il mostro sono strettamente collegati, l’uno è l’altro. Differiscono solo nelle piccole schegge della loro forma. E il film lo mostra più volte. Dimostra che fosse un uomo di famiglia. che fosse assolutamente a conoscenza del lavoro fatto nei campi e fosse disposto a rifarlo da capo.
Nessuno dei due tuttavia è il vero protagonista. Perché il protagonista è il dottor Douglas Kelley, interpretato da un ottimo Rami Malek. Uno psichiatra chiamato dall’esercito, per far in modo che i prigionieri destinati al processo non si tolgano la vita prima che avvenga. Psichiatra a cui viene chiesto, lentamente, di effettuare un doppio gioco: di non preservare il bene dei suoi pazienti, per quanto crudeli essi siano, ma di tradirli, raccontando tutte le informazioni che raccoglie a Jackson e ai suoi collaboratori. Tuttavia a mano a mano che il rapporto tra lui e Goering si sviluppa, è chiaro che rimane intaccato dai loro discorsi. Certo, non si lascia mai abbindolare, ma sviluppa palesemente una certa forma di rispetto per lui. Al punto da arrivare a credere, inizialmente, che Goering davvero non sapesse cosa fosse successo nei campi.
Naturalmente, quando la verità viene fuori, qualcosa dentro Douglas si rompe. La sua visione sulla vicenda diventa meno clinica e più umana. Al punto da diventare attivamente aiutante di Jackson, senza il cui intervento probabilmente non avrebbe inchiodato Goering. Terminato il suo intervento, tornerà in patria, dove il suo vissuto diventerà la base per un libro, un’analisi della società e del suo futuro mascherato da narrazione storica. Analisi purtroppo che sembra sempre più realistica nel nostro presente.
I personaggi secondari e comprimari non sono da meno. Abbiamo attori di grande calibro che regalano ottime interpretazioni e soprattutto che non sono puramente descritti “buoni” o “cattivi“. Ognuno di loro non è solo personaggio, è una persona. Abbiamo David Fyfe, interpretato da Richard Grant, personaggio di contorno del team di Jackson, in rappresentanza del Regno Unito, anche lui simbolo di uno Stato interessato alla giustizia pur non essendo interamente “innocente“. Abbiamo Howie Triest, soldato ebreo di origine tedesca, che serve a puntare l’occhio su ciò che altrimenti verrebbe superato: le vittime.
Un parente di vittime dei campi di concentramento, che ha vissuto sulla sua pelle tutto l’odio verso gli ebrei, dall’inizio. Il monologo sulla sua vita è disarmante nella sua semplicità, e ricorda molto bene per quale motivo si sta compiendo il processo. Non uno spettacolo, come altri accusano, ma giustizia. Anche il colonnello responsabile della prigionia dei nazisti in vista del processo, e la moglie di Goering. Due personaggi che avrebbero potuto essere monodimensionali, anche in funzione della trama, ma non lo sono. Non si dubita mai che gli attori stiano interpretando persone esistite davvero.
Un’attenzione particolare va rivolta a come Goering descriva il governo degli Stati Uniti, soprattutto nel loro ruolo nella guerra appena conclusasi. Naturalmente, il suo discorso è prettamente retorico, una sorta di puntare il dito verso chi accusa per evitare di sentirsi interamente colpevole. Tuttavia, un punto da lui sollevato è realmente valido: dopo le atomiche lanciate sul Giappone, davvero l’America può elevarsi a paladina del giudizio? Ovviamente, come anche Douglas sottolinea, le due operazioni sono prettamente diverse. Ma, in un film che potrebbe muovere molti pensieri e riflessioni, questa potrebbe essere una delle maggiori: si può davvero giudicare un atto altrui, non importa quanto brutale ed efferato? E la condanna di questo atto, basterà a coprire gli atti brutali compiuti da chi giudica?
Una piccola menzione ai doppiatori italiani. Diversi di loro infatti, nell’interpretare personaggi che parlano tedesco, hanno deciso di doppiarli parlando anch’essi tedesco, soprattutto Luca Ward. Non era necessariamente dovuto farlo, visto che comunque lo spettatore deve leggere i sottotitoli per capire cosa dicono. Tuttavia, in un mondo dello spettacolo che punta sempre di più a correre, anche al costo della qualità della visione, ci sentiamo di premiare chi si è preso il suo tempo per interpretare bene un personaggio non in una ma in due lingue.
“Romanzare” una storia vera: per quanto ben raccontata, la vicenda viene ovviamente romanzata per esigenze cinematografiche.
Norimberga, alla fine, rimane un film, e non un documentario storico. Tuttavia, non si può dire che non sia uno dei film più interessanti che trattano di questo evento. Voto: 8,5.
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Articolo di Lorenzo Giorgi
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