20 anni fa l’Italia era sul tetto d’Europa. 20 anni fa l’Italia concretizzava e palesava, davanti a tutto il mondo, la superiorità costruita in quegli anni. Era il 28 maggio del 2003 e a Manchester, nello scenario dell’Old Trafford, andava in scena la prima e momentaneamente unica finale di Champions League tra due squadre italiane: Juventus e Milan.
La Juve, nel percorso verso Manchester, superò senza troppi problemi il primo girone qualificatorio, piazzandosi davanti a Newcastle, Dinamo Kiev e Feyenoord. Nel secondo girone incontrò più difficoltà, arrivando seconda alle spalle del Manchester United e strappando il pass grazie alla differenza reti. Nella fase ad eliminazione diretta i bianconeri affrontarono le due grandi spagnole: Barcellona ai quarti, sconfitto per 2-1 in trasferta dopo i tempi supplementari dopo l’1-1 dell’andata, e Real Madrid in semifinale, regolato con un 4-3 complessivo rimontando la sconfitta dell’andata.
Il Milan, invece, cominciò il proprio cammino dal terzo turno preliminare battendo lo Slovan Liberec, poi vinse entrambi i gironi. Il primo con Deportivo la Coruña, Lens e Bayern Monaco, mentre il secondo con Real Madrid, Borussia Dortmund e Lokomotiv Mosca. Ai quarti, grazie ad un 3-2 complessivo, i rossoneri liquidarono l’Ajax, poi guadagnarono l’accesso alla finale dopo lo storico derby contro l’Inter, terminato 1-1 nell’aggregato, grazie al gol “fuori casa”.
Solo la Juventus ha un assente, ma si fa sentire eccome: non c’è Pavel Nedved, che da lì a pochi mesi vincerà il pallone d’oro, out per squalifica e sostituito da Camoranesi. Per il resto, formazioni tipo. Lippi schiera, nel suo 4-4-2, Buffon in porta, Thuram, Ferrara, Tudor e Montero in difesa, proprio Camoranesi e Zambrotta sull’esterno con Tacchinardi e Davids in mediana, tandem offensivo formato invece da Del Piero e Trezeguet.
Ancelotti risponde con il 4-3-1-2: Dida tra i pali, nei quattro in difesa ecco Costacurta, Maldini, Nesta e Kaladze con Seedorf, Pirlo e Gattuso a centrocampo, sulla trequarti la fantasia di Rui Costa al servizio del duo d’attacco Inzaghi e Shevchenko.
L’Old Trafford di Manchester è una bolgia bianco-rosso-nera: l’Italia risponde presente per un appuntamento storico in uno stadio altrettanto importante. Se lo chiamano “Il teatro dei sogni”, un motivo c’è. La tensione, in gara, si fa sentire e non poco, anche se il Milan ha un po’ più di ritmo e si esprime meglio in campo. Seedorf crossa dalla destra, a centro area Inzaghi si avvita e colpisce di testa, ma Buffon si supera e in controtempo toglie la palla dall’angolino basso salvandosi in corner.
I rossoneri ci riprovano poco dopo, quando Pirlo avanza sulla sinistra e trova al centro Rui Costa, la cui conclusione dal limite si spegne a fil di palo. A scuotere la Juve ci prova il suo capitano, Del Piero, che con il destro non impensierisce però Dida, attento a respingere. Ad inizio secondo tempo entra Conte che, servito ancora da Pinturicchio, incorna da pochi metri ma centra solo la traversa. La partita, maschia e combattuta, scivola lentamente prima ai supplementari, poi, con la paura che sale, ai calci di rigore.
Primo rigore, parte la Juve, c’è Trezeguet sul dischetto: apre il piatto, Dida intuisce e para. Serginho, invece, spiazza Buffon col mancino, è 1-0 Milan. Birindelli pareggia i conti, poi ancora Buffon respinge il destro di Seedorf e mantiene l’1-1. Ancora errori: Zalayeta e Khaladze ciabattano centrale, così come Montero che viene neutralizzato da Dida.
Nesta infila il gol del 2-1 addossando tante responsabilità a Del Piero, che se le scrolla di dosso battendo il portiere rossonero e rimandando tutto all’ultimo penalty. Dal dischetto va Shevchenko, con una faccia che è tutta un programma: sguardo gelido, pietrificato, a scrutare Buffon che era in serata di grazia. Ma non c’è storia: piattone aperto, Gigi spiazzato e palla in rete, che tradotto vuol dire Milan campione d’Europa. I rossoneri ampliarono il palmares internazionale, salendo così a sei Champions League vinte, con la parte milanese dell’Old Trafford di Manchester che esplode di gioia.
Per la Juve è un’altra delusione, accompagnata da un rimpianto che riecheggia tutt’oggi nei ricordi bianconeri: con Nedved, forse, sarebbe stata un’altra finale; ma questa è un’altra storia che non si potrà mai raccontare.
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