Keeper, sottotitolo italiano L’Eletta, è il nuovo film per la regia di Oz Perkins. Dopo essere tornato col botto con Longlegs e dopo aver proseguito poi con The Monkey tratto da una storia di Stephen King, stavolta il regista decide di concentrarsi su una sfera più ristretta. Ma la storia di questa Eletta, sarà in grado di soddisfare lo spettatore? Secondo noi, purtroppo non interamente.
La storia si concentra tutta in una baita in un bosco. Il paese in cui si trova, per quanto vi siano dei possibili indizi durante il film, non è nemmeno importante. Ciò che conta è il fatto che il luogo sia isolato. E la sensazione di isolamento, anche di insicurezza, che emerge dalla solitudine di questa struttura, è uno dei pochi punti davvero positivi del film.
Vi si recano Liz (Tatiana Maslany) e Malcolm (Rossif Sutherland), una coppia che si reca nella baita della famiglia di lui per festeggiare l’anniversario. Quello che però sarebbe dovuto essere un fine settimana all’insegna dell’intimità viene guastato quasi da subito: la presenza improvvisa del cugino di Malcolm con la sua nuova ragazza e una serie di stranezze che capitano in vari momenti delle giornate, fanno subito capire che quello che viene vissuto è tutto fuorché un weekend per celebrare.
Altro aspetto da celebrare è l’idea che costruisce tutto il film: una donna può davvero fidarsi completamente di un uomo che non conosce fino in fondo? Perché Liz fa proprio questo. Certo, stanno insieme da un anno, ma per certi versi sembra (anche giustamente) che ci siano lati di ognuno che il partner non conosce. Eppure, lei decide di seguirlo in un posto isolato, che certo ha una nota romantica, ma rimane difficilmente raggiungibile, nella macchina di lui, comunicando unicamente a una sua amica (tra l’altro senza macchina) dove stia andando.
Plauso al fatto che Perkins non ha deciso di costruirci sopra un finale “scontato”: la donna non si salva per un concetto legato alla femminilità, a uno stereotipo femminile (positivo o negativo che sia), o comunque per un principio generale riconducibile alle donne. Anzi, l’essere donna gioca allo svantaggio della protagonista: non solo per una rappresentazione del fatto che, dal punto di vista di abuso fisico, spesso la donna non può fare altro che “subire”, anche se prova a ribellarsi, sia per il sopruso dell’uomo sia per il sistema di fondo, ma anche perché le “creature” a cui viene offerta vogliono unicamente nutrirsi di donne. Liz si salva unicamente in base a un principio personale, da una caratteristica che ha lei e soltanto lei.
Perché allora un giudizio negativo? Purtroppo, perché il resto è da buttare, o quasi. Le interpretazioni attoriali non sono necessariamente un male, soprattutto quella della Maslany, ma i dialoghi che devono portare in scena li affossano. Qualche momento interessante, rappresentazione di fenomeni come il love-bombing o il ricatto emotivo, lascia spazio a sconclusionate affermazioni e a scambi raffazzonati che sembrano quasi non ascoltare l’altro, come se fossero due monologhi che i personaggi recitano tra loro con qualche silenzio.
La sensazione di “sconclusione” permea tristemente l’intero primo atto del film: Perkins è sapiente nel mettere in scena attimi di tensione, ma la maggior parte di questi eventi sembrano avvenire in maniera randomica, un’accozzaglia di situazioni create più per far venire i brividi a chi guarda che per portare avanti la storia in maniera omogenea.
Poi, si arriva al secondo atto. In cui sembra che si stia arrivando a una sorta di stabilità, ma i semi gettati così grossolanamente in un primo atto disastrato non possono che portare a una pianta storta. Soprattutto quando Perkins, forse vittima delle critiche mossegli precedentemente in cui lo si accusava di lasciare troppi dettagli di trama all’interpretazione, decide di andare in piena modalità spiegone. Malcolm infatti verso i due terzi del film decide di calare la maschera e di raccontare tutto, soddisfando magari certe curiosità, ma forse, così facendo, peggiora la situazione. Soprattutto perché, se avesse tenuto il tenore del primo atto, avrebbe avuto senso, e soprattutto sarebbe stato necessario. Ma il secondo atto stava dando un minimo di imbeccata verso un “giallo dalle tinte horrorifiche“, permettendo allo spettatore di comprendere e teorizzare assieme a Liz. Liz che, purtroppo, soffre di quella scrittura traballante detta prima, rendendola incapace di mettere insieme due indizi in croce e rendendola di fatto bisognosa di quello spiegone. Lei, ma il pubblico no.
Conclude il tutto un finale che poteva essere affascinante se si fosse interrotta qualche minuto prima. Non perché il finale sia deludente, la “vendetta” di Liz (o di cosa è adesso diventata) è piacevole da vedere, ma purtroppo risolve anche l’ultimo mistero. Per chi ha visto il film (SPOILER PER IL RESTO DEL PARAGRAFO): quanto sarebbe stato interessante se il film si fosse interrotto dopo l’unione definitiva tra Liz e le sue “figlie”? Se l’ultimo frame fosse stato lei, vittima delle creature tutte attorno, in preda ai deliri della consapevolezza, a metà tra le risate e la disperazione? Se fosse stato il dubbio, a chiudere il film? Forse sarebbe stato tutto più perdonabile. Ma così non è stato.
In definitiva, Keeper – L’Eletta è un tentativo di rappresentare un mistero sovrannaturale in modo intimo. Non tutto è da buttare, ma in generale manca sia di mordente che di coerenza. Un vero peccato. Voto: 5.
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Articolo di Lorenzo Giorgi
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