Gaming

EDITORIALE – Che febbrone da cavallo che ha l’industria videoludica…

L’industria videoludica ha un problema piuttosto palese e ingombrante, che però solo noi poveri videogiocatori riusciamo a vedere. Ed è proprio questa la cosa davvero allarmante.

E non è l’IA, non sono le microtransazioni, non sono i live service: è la totale mancanza di distaccamento critico di chi lavora dietro ai videogiochi. L’incapacità di fare un passo indietro e fare mea culpa, di assumersi le proprie responsabilità.

Noi capiamo la diplomazia, il marketing, gli azionisti da tenere buoni. Ma non si può fare un buco nell’acqua e, invece di abbassare la testa e farsi due domande, puntare il dito contro chi l’industria la tiene in piedi, i videogiocatori.

Fallimenti come Concord e Highguard (menzioniamo questi perché sono i più recenti ed eclatanti, ma negli ultimi anni ce ne sono stati fin troppi) non piovono dal cielo. Sono frutto di una totale estraniazione dal mondo videoludico, di un distaccamento inspiegabile tra chi i giochi li fa e chi ne usufruisce.

Se migliaia di persone provano un gioco e lo mollano nel giro di qualche ora, non è un complotto ordito da qualcuno nell’ombra: evidentemente quel titolo non è all’altezza e non rispecchia ciò che volevano gli utenti. Ed è inquietante che non lo si capisca o, peggio ancora, che si faccia finta di non capirlo.

Perché chiunque, CHIUNQUE, ha annusato da lontanissimo certi fallimenti. Chiunque tranne chi quei fallimenti li ha prodotti e li ha messi sul mercato evidentemente, lamentandosi poi anche del flop. Come puoi offrire un prodotto valido al tuo pubblico se il tuo pubblico non lo conosci? E anzi, se ogni occasione è buona per denigrarlo e accusarlo delle tue colpe?

L’industria videoludica ha un febbrone da cavallo che però noi purtroppo non possiamo curare. Fino a che chi comanda le case di produzione non riuscirà a vedere al di là del proprio naso, i fallimenti saranno all’ordine del giorno. Chissà quante volte dovranno sbatterci la testa per capire che, forse, è ora di tornare ad ascoltare i videogiocatori e, fattore non trascurabile, fare titoli di qualità, non calderoni di roba pescata a caso tra ciò che ha avuto picchi di giocatori alti nell’ultimo decennio.

I videogiochi di successo non si fanno con le analisi di mercato, con gli algoritmi e pescando a caso dal mazzo. Si fanno con l’amore, la passione e la competenza. Fattori che, evidentemente, stanno diventando sempre più rari.

Editoriale di Pietro Magnani

Nasce Cresce Ignora

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