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Black Phone, la recensione: un horror che pesca dal passato

Lo scorso 23 giugno è uscito nei cinema italiani “Black Phone“, scritto e diretto da Scott Derrickson. Si tratta dell’adattamento cinematografico del racconto “The Black Phone” (2004) della raccolta “Ghosts” di Joe Hill. Nel cast Ethan Hawke nel ruolo del Rapace. Lo scorso 25 settembre la pellicola è stata presentata al Fantastic Fest di Austin (Texas).

 

Black Phone – La trama

In una Detroit anni ’70 un rapitore di ragazzi, soprannominato “Il Rapace” sta seminando il panico in un quartiere residenziale nella zona nord della città. Finney (Mason Thames) e Gwen (Madeleine McGraw) si vedono rapire i propri coetanei e non tornare più indietro. La peculiarità di questi rapimenti è che avvengono sempre accanto ad un furgone nero e sulla scena del crimine vengono ritrovati dei palloncini dello stesso colore. Un giorno, di ritorno da scuola, anche Finney viene rapito con un inganno. Si sveglia in uno scantinato dove ha a disposizione solo un letto, un bagno ed un telefono nero scollegato. Presto scoprirà che anche se scollegato può squillare e parlare con le vittime del Rapace, che lo aiuteranno a cambiare il proprio destino.

 

Un ottimo horror

Cliché di genere a parte, come bottiglie che fluttuano e si vanno a schiantare sul muro, “Black Phone” è un ottimo horror. Presenta dei canoni decisamente poco moderni, evitando jump scare solo per il gusto di farlo. Invece crea una bella atmosfera di tensione, prendendosi i suoi tempi e senza correre, si rivela un prodotto di qualità. Il fatto che sia un film indirizzato ad un pubblico adulto, in cui i ragazzi hanno la possibilità di difendersi e di ottenere una rivalsa, è un punto a favore per la pellicola. La figura del Rapace non si vede mai veramente in volto perché sempre nascosto da una maschera o da un trucco. Questo gli permette di essere enigmatico e di difficile lettura, grazie anche al suo modo di essere decisamente ambiguo, per le proprie vittime e per lo spettatore.

Scott Derrickson è ormai ben rodato in ambito horror, avendo già girato titoli del calibro di “The exorcism of Emily Rose” (2005) e “Sinister” (2012). Joe Hill, autore di “The Black Phone“, non è altro che lo pseudonimo di Joseph Hillström King. Cognome importante in ambito horror e non per pura coincidenza, infatti si tratta del figlio del Re dell’horror Stephen King. Quest’ultimo ha apprezzato molto “Black Phone“, paragonandolo ad una sua opera: “È Stand By Me all’inferno”, come ha raccontato proprio Derrickson in un’intervista a Slash Film.

Ambientazioni e costumi sono molto belli, pienamente azzeccati per il periodo storico. La fotografia riesce a far risaltare perfettamente il mood di suspense che Derrickson crea intorno alla cella di Finney e la figura del Rapace. Proprio loro due tengono in piedi quasi tutto il film. Il primo, interpretato da Mason Thames, giovane attore che ha donato un’ottima prova fattoriale. Il Rapace è invece interpretato da Ethan Hawke che ha mantenuto le aspettative, rivelandosi perfetto. Il suo personaggio è violento e a tratti decisamente ambiguo e ad Hawke questo riesce benissimo. Una nota di merito anche a Madeleine McGraw, che ha interpretato molto bene la piccola Gwen.

 

Conclusioni

Black Phone” è un ottimo horror che scade poco nei cliché di genere creati con il tempo. Potremmo dire che si distacca dal genere horror, se non fosse per l’elemento sovrannaturale che però ha uno scopo ben preciso e non agisce incontrollato come una mina vagante. Questo è stato gestito bene, spalmandosi perfettamente sulla trama risultando integrato con il contesto. Purtroppo la meccanica di utilizzo di questo elemento è ripetitiva e ciclica fino alla risoluzione degli eventi. La regia pur non essendo particolarmente innovativa fa comunque bella figura, presentando immagini pulite che non stancano mai l’occhio. Proprio per questo motivo è stata fatta un’ottima scelta dal punto di vista dei colori, mai accesi e sempre morbidi.

 

PRO

  • Ottima regia, fotografia e scelta dei colori
  • Ottime interpretazioni
  • Un horror che si discosta dai canoni moderni del genere

CONTRO

  • Seppur gestita bene, la componente sovrannaturale è ripetitiva

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Simone De Mattia

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