Benvenuti in una nuova Top 6 targata NCS! Sappiamo che nella letteratura, nel cinema e, più in generale, nell’arte, gli stereotipi esistono da sempre, sono parte del linguaggio e coinvolgono tutti i generi. Attingere a cliché e luoghi comuni è una delle tante regole di una grammatica ormai codificata. Alcuni stereotipi, ad esempio, sono più ricorrenti nei film gialli (l’assassino è sempre il maggiordomo), mentre altri caratterizzano il cinema action (vi siete mai chiesti perché il villain spari un solo colpo, quando invece potrebbe spararne ben cinque o sei?). Il genere horror, però, presenta dei cliché veramente assurdi e ridicoli, che inducono lo spettatore a pensare: “Perché quel personaggio sta facendo l’esatto opposto di ciò che farei io?”.
I grandi capolavori del passato, come “L’esorcista” di William Friedkin, “Halloween” di John Carpenter o “Nightmare” di Wes Craven, hanno tracciato una strada facilmente percorribile, spingendo le majors a produrre film realizzati con lo stampino, i classici horror “usa e getta” che sfruttano espedienti già consolidati per indurre tensione e paura. Questo ha portato ad una reiterazione eccessiva di situazioni e dinamiche, con la conseguente saturazione del mercato. Nel corso della sua lunga storia, il cinema horror ha introdotto centinaia di cliché, ma quali sono i più comuni e irritanti? Cerchiamo di scoprirlo in questa Top 6, ringraziando film come “Scream” (1996) e “Quella casa nel bosco” (2011) per averci fornito lo spunto di partenza.
Ad aprire la classifica troviamo uno dei più classici stereotipi dei film horror: il cast. Soprattutto negli slasher, infatti, i protagonisti hanno spesso dei ruoli predeterminati e superficiali. La formazione tipica è composta da cinque personaggi: la bionda attraente e sicura di sé, il bellimbusto tutto muscoli e niente cervello, la ragazza dai capelli rossi, il “fattone” e, ultimo ma non meno importante, il ragazzo atletico e sportivo da affiancare alla final girl. Questo cliché è strettamente legato ad un altro stereotipo, se possibile ancor più irritante. Ecco un indizio: “Dimmi chi sei e ti dirò quando morirai”.
Nonostante alcuni film tentino di giustificare l’assenza di segnale, mostrando magari un temporale sullo sfondo o spingendo i protagonisti ad andare in luoghi senza copertura cellulare (ad esempio una casa nel bosco), il cliché del “non c’è campo” rimane uno dei più insopportabili. Forse i registi vogliono dirci che i veri Freddy Krueger, Ghostface e Michael Myers sono gli oggetti di tutti i giorni? Altrimenti non si spiega perché negli horror il cellulare, così come la luce e l’automobile, smettano all’improvviso di funzionare; e, guarda caso, al malfunzionamento di un oggetto corrisponde sempre l’entrata in scena dell’assassino. Coincidenze? No, semplicemente un cliché che si trascina da decenni e che nessuno sembra voler affrontare.
C’è un momento, nei film horror, in cui i personaggi si ritrovano a dover fuggire dall’assassino. Cominciano ad urlare e correre all’impazzata ma, puntualmente, inciampano e cadono. Un cliché abbastanza banale, quasi un sotto-cliché, ma non per questo meno fastidioso. I protagonisti degli horror, infatti, sembrano ignorare le regole base della sopravvivenza: mentre scappano, guardano continuamente indietro, non stanno attenti a dove mettono i piedi, corrono in maniera goffa e confusa, finché non perdono l’equilibrio o non inciampano – magari su un ramo o un sasso – cadendo rovinosamente a terra e consegnandosi di fatto all’assassino. È così difficile darsela a gambe senza mai voltarsi indietro? A quanto pare sì.
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