Tre anni dopo aver vinto lo Squid Game e aver giurato vendetta, Seong Gi-hun, il giocatore 456 interpretato da Lee Jung-jae, si trova di fronte a una scelta cruciale. Sconvolto dalle atrocità vissute e incapace di tornare a una vita normale nonostante la sua incredibile vincita, rinuncia a recarsi negli Stati Uniti per ricongiungersi con la figlia. Decide invece di affrontare l’organizzazione responsabile dei giochi mortali. Il suo rifiuto di salire sull’aereo ha lasciato il pubblico con una domanda irrisolta alla fine della prima stagione: cosa farà adesso, e come affronterà il suo nuovo proposito?
Come Gi-hun, lo spettatore ora conosce bene il mondo di Squid Game: i suoi meccanismi, le regole spietate e l’impatto emotivo dei giochi. Questa consapevolezza rende la seconda stagione una sfida per gli autori, che provano a sorprendere con prove inedite e nuovi sviluppi narrativi.
L’obiettivo del protagonista, però, segna una svolta significativa. Non si tratta più di vincere per salvare sé stesso, ma di smontare l’organizzazione dall’interno e salvare quante più vite possibili. Questo cambio di prospettiva porta un tono diverso alla storia, soprattutto nei primi due episodi, che si concentrano sui passi successivi di Gi-hun. Qui emerge una forte componente di spionaggio, che offre un sapore nuovo rispetto alla prima stagione. Le indagini, i doppi giochi e la tensione legata alla scoperta della verità sembrano promettere un’evoluzione interessante, mantenendo alta la curiosità dello spettatore.
Tuttavia, man mano che la stagione avanza, la narrazione inizia a perdere mordente. Con l’ingresso nel gioco, l’attenzione si sposta nuovamente sulle dinamiche già esplorate, e ciò finisce per sminuire il lavoro fatto nei primi episodi. La trama assume una struttura ripetitiva, con personaggi nuovi spesso poco incisivi o scritti in modo superficiale, che non riescono a reggere il confronto con le figure carismatiche della prima stagione. Questo porta inevitabilmente a un senso di stanchezza narrativa, dove il cambiamento è più di facciata che sostanziale.
L’unica vera variazione arriva dalle storyline parallele: le persone fuori dal gioco, intenti a scoprire la verità sull’organizzazione, introducono una prospettiva differente. Tuttavia, anche questa sottotrama, dopo un buon inizio, si disperde senza lasciare un segno significativo. L’idea di alternare i giochi con le investigazioni è interessante, ma non viene sfruttata fino in fondo, perdendo rapidamente efficacia.
C’è però un motivo dietro questo approccio più contenuto: questa stagione si configura chiaramente come una fase di transizione. Come spesso accade in produzioni di questo tipo, si tratta di un ponte verso un finale che si preannuncia esplosivo. Il “botto” viene riservato per l’ultimo atto, sacrificando parte della tensione e dell’energia narrativa lungo il percorso. La trama generale avanza, ma lo fa a discapito di alcuni degli ingredienti che avevano reso la serie un successo: il coinvolgimento emotivo, i colpi di scena imprevedibili e quella costante sensazione di pericolo imminente.
A conti fatti, questa seconda stagione rappresenta un passo avanti nella trama generale, ma non riesce a imprimere un segno davvero indelebile nella memoria dello spettatore. Si colloca come un capitolo di transizione, con l’obiettivo di preparare il terreno per il gran finale tanto atteso. E voi, cosa ne pensate? La stagione ha rispettato le vostre aspettative, o vi ha lasciato qualche perplessità? Scrivi la tua opinione nei commenti e continua a seguirci su Nasce, Cresce, Streamma!
Voto: 6.5
Articolo di Damiano Longo
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