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Scienza: ottenere diamanti da bottiglie di plastica? Adesso si può

Lo smaltimento della plastica è da sempre una chimera: tocca alla scienza cercare qualche soluzione. La raccolta differenziata e il riciclo del materiale, infatti, non bastano. I ricercatori da tutto il globo sono da anni alla ricerca di qualche soluzione che possa risolvere il problema, e le recenti scoperte di un gruppo di ricerca internazionale sono incredibili.

Scienza: cosa ha ispirato l’ambizioso progetto

Un team di ricerca internazionale proveniente dalla Germania e dalla California ha condotto uno studio partendo da alcune semplici bottiglie di plastica. Portando del polietilene tereftalato o PET (il materiale comunemente usato per bottiglie di plastica e vaschette alimentari) a condizioni estreme, i ricercatori sono riusciti ad ottenere dei diamanti in miniatura, dei nanodiamanti.

Una scoperta incredibile, che ha tratto ispirazione da uno studio condotto da un’équipe di ricercatori tedeschi, francesi e statunitensi. Nel 2017 il team era riuscito a riprodurre in laboratorio il processo che avviene all’interno dei pianeti gassosi Nettuno e Urano. A migliaia di km di profondità nei due corpi celesti, la pressione estrema è in grado di scindere gli idrocarburi che li compongono, provocando così la formazione di diamanti.

Il team di ricerca ha quindi esposto il polistirene a onde d’urto generate da un laser ottico, con pressioni e temperature altissime. Ad una temperatura di 4.700 gradi °C e 150 gigapascal gli scienziati avevano osservato, per pochi istanti, una minuscola pioggia di diamanti che si formava dentro il materiale. Tuttavia, mancava un elemento fondamentale per realizzare i diamanti: l’ossigeno.

Un processo dispendioso

Il team di ricerca teutonico-statunitense ha riprodotto lo stesso procedimento, ma con alcune differenze. Al posto del polistirene, i ricercatori hanno utilizzato il PET, materiale che contiene un mix di idrogeno, carbonio e di ossigeno. All’esperimento gli scienziati hanno aggiunto la tecnica di osservazione della diffrazione a raggi x, per cercare di capire quanto velocemente si formassero i cristalli e le loro dimensioni.

L’ossigeno si è rivelato fin da subito fondamentale: i diamanti, infatti, si sono formati in condizioni migliori rispetto al primo esperimento, con temperature e pressione minori. I risultati dello studio sono stati pubblicati su Science Advances.

Il processo ha però un grosso problema: è molto costoso. Per questo motivo non è ancora sfruttabile per riciclare, in dosi massicce, il PET. Ricordiamo, però, che i nanodiamanti, per le loro proprietà fisiche e chimiche, sono usati in diversi ambiti. Si passa dall’elettronica quantistica alla chirurgia, dalla medicina alla pulizia e purificazione delle acque. Ci auguriamo che in un futuro prossimo si possa ovviare al problema, perché la plastica va smaltita al più presto.

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