Lazio (@Shutterstock)
Emma, una ragazzina di undici anni di Civita Castellana, stava trascorrendo una tranquilla vacanza in famiglia a Pescara quando si è ritrovata involontariamente al centro di un episodio sconcertante. Dopo una pedalata sotto il sole cocente, insieme ai genitori e alla sorella, si sono fermati davanti a un ristorante attratti dal profumo invitante della frittura. Tutto sembrava perfetto, fino a quando un dipendente del locale ha iniziato a mostrare segni di insofferenza. Prima una battuta sulle biciclette azzurre, poi il vero colpo basso: “Con quella maglia non entri”, ha detto rivolgendosi ad Emma, che indossava una t-shirt e un cappellino della Lazio, la sua squadra del cuore.
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Il padre della bambina ha raccontato l’intera vicenda sui social, confermando con amarezza che si tratta di una storia reale. Nonostante l’incredulità iniziale, la situazione è presto degenerata. L’uomo, con atteggiamento arrogante, ha ribadito più volte che la bambina poteva accedere al locale solo se si fosse tolta la maglietta biancoceleste e il cappello. Una richiesta assurda, fatta per di più davanti ad altri clienti. La famiglia ha quindi deciso di andarsene, sconvolta e delusa. “Per fortuna – ha raccontato il padre – abbiamo incontrato anche persone gentili e accoglienti durante la nostra vacanza”. Ma il gesto discriminatorio ha lasciato il segno, trasformando un momento felice in una dolorosa lezione.
I titolari del ristorante hanno preso le distanze dal gesto, che sarebbe stato commesso da un loro dipendente a loro insaputa, ma sono stati comunque investiti da una tempesta di critiche e insulti sui social.
La storia di Emma ha rapidamente fatto il giro dei social, suscitando indignazione e solidarietà. Tra le tante reazioni, è arrivata anche quella ufficiale della S.S. Lazio, che ha voluto far sentire il proprio affetto alla piccola tifosa. In un messaggio pubblicato su X, la società ha invitato Emma a Formello, il centro sportivo della squadra: “Sarai la benvenuta, perché chi ama la Lazio è parte integrante della nostra storia”. Un gesto che ha commosso tanti tifosi e non solo, trasformando un atto discriminatorio in un’occasione di orgoglio e vicinanza. Una risposta che dimostra quanto il calcio, quello vero, sappia ancora unire.
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Articolo di Biagi Linda
Fonti: X, IlMessaggero
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