Stretto di Messina (@Shutterstock)
Il Ponte sullo Stretto di Messina, una realizzazione promessa, nell’ultimo decennio, una miriade di volte. Un’aspirazione dai caratteri quasi leggendari per i siciliani, che hanno visto attanagliare questa idea da speculazioni, falsi impegni e impegni inconclusi. Ma forse meno conosciuto è che la struttura che collegherebbe il territorio della Trinacria con quello calabrese, già è esistita. Ai tempi lontanissimi della realizzazione, l’isola triangolare era “il granaio di Roma”, e il presente appariva forse più prosperoso…
Anno 251 a.C, prima guerra punica. Lucio Cecilio Metello, console romano della Repubblica, aveva vinto contro Asdrubale nella battaglia di Palermo; il perdente disponeva di un grande potere militare, che contava 140 elefanti da guerra e delle prime forme di carri armati. Asdrubale, quindi, venne giustiziato dai suoi comandanti; era la cultura degli antichi cartaginesi, che prevedeva che l’insuccesso potesse valere la morte, così come il successo il paradiso.
Annientato il nemico, Metello aveva fatto incetta del grande carico di risorse rimasto. Una stima di cento pachidermi grossi e impetuosi, utilissimi per qualsiasi battaglia d’iniziativa romana. Per questo, l’idea di portare alla “base” il bottino. Ma come avrebbe potuto recapitare a Roma un centinaio di smisurati animali attraverso le acque dello Stretto di Messina? Di navi ce ne sarebbero volute troppe per l’attraversamento, quindi, occorreva una soluzione per procedere con il passaggio via terra.
La storia testimonia dell’ipotetica costruzione di un ponte di botti e tavole di legno. Secondo le fonti più attendibili, sarebbe stata creata una lunga sequela di questi elementi, posti l’uno davanti all’altro, nel tentativo di realizzare una via facilmente percorribile. Il modello non era una novità, ma era stato prima realizzato dagli Assiri, dai Persiani e dai Greci. La grandezza dell’opera, comunque, mantiene i tratti dell’unicità.
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