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Lee Cronin – La Mummia, la recensione: un film disturbante

di Riccardo Rizzo

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In uscita nelle sale italiane oggi, giovedì 16 aprile 2026, Lee Cronin – La Mummia è il nuovo capitolo del celebre franchise. Il film, nonostante si allontani dalle ambientazioni nord-africane e medio-orientali, mantiene comunque alcuni elementi distintivi della serie, con il risvegliarsi di un antico male che doveva decisamente rimanere sotto terra.

La Mummia: il risveglio del male

I protagonisti del film sono i membri della famiglia Cannon, che durante il loro soggiorno in Egitto per il lavoro di Charlie perdono la figlia Katie, misteriosamente scomparsa poco prima che una tempesta di sabbia coprisse le tracce dei rapitori.

La Mummia di Lee Cronin è ambientata otto anni dopo l’evento traumatico, con la famiglia che ora vive in una casa tranquilla nel deserto del New Mexico. Tutto comincia con la chiamata dell’ambasciatore americano a Il Cairo, che gli comunica il ritrovamento della figlia. La ragazza è stata rinvenuta in un sarcofago ricoperta di bende e strane scritte in una lingua antichissima.

Katie torna dunque a casa, ed è qui che la storia prende una deriva sempre più oscura. Qualcosa di maligno affligge la figlia di Charlie e Larissa, che spesso è colpita da raptus di rabbia e violenti tic nervosi. Il suo corpo deformato presenta inoltre i segni di un lungo isolamento, che testimoniano gli anni trascorsi immobile e lontano da qualsiasi fonte di luce.

Una diversa concezione di mostro

La trama della pellicola si muove su due binari: da un lato quello della famiglia Cannon, che cerca di riavere sua figlia, dall’altro quello dell’ispettrice egiziana che indaga sulla sua scomparsa. Le due storie procedono in parallelo per tutti i 134 minuti del film, fino a congiungersi nel climax finale.

A essere predominante è ovviamente quella della famiglia di Charlie, costretta a fare i conti con un mostro da cui non vuole scappare. Anzi, lui e la moglie Larissa, insieme agli altri due figli, vogliono far sentire Katie di nuovo a casa, coccolandola e standole vicino, nonostante tutto, costi quel che costi.

Questo non genera solo un continuo stato di tensione nello spettatore, con i personaggi in un perenne stato di pericolo e allerta, ma anche di straniamento, con un ribaltamento totale del concetto di mostro da parte di Lee Cronin, con delle situazioni che richiamano più L’esorcista che i precedenti film della saga.

Tanto sangue, qualche battuta, tensione continua

Il risultato è un film disturbante, con un ottimo uso del gore – sempre estremo ma mai eccessivo – e della suspense, con lo stomaco dello spettatore che verrà più volte messo alla prova. La tensione continua (spezzata a tratti solo da qualche battuta ben cadenzata) è data anche dall’ambientazione, con la storia che si svolge quasi interamente nella casa dei Cannon.

Questa diventa a tutti gli effetti un altro personaggio, con il suo mutamento fisico che rispecchia l’influenza contaminante di Katie sulla famiglia. Lo spazio ristretto, quasi claustrofobico, permette inoltre diverse sperimentazioni, con Lee Cronin che si è divertito a utilizzare diottri a campo diviso e obiettivi a sonda per enfatizzare dettagli particolarmente scabrosi in alcune inquadrature.

Non tutto, tuttavia, ci ha convinto a pieno. Sebbene in linea di massima abbiamo apprezzato le scelte per il casting dei personaggi – soprattutto per Larissa (Laia Costa), l’ispettrice (May Calamawy) e le due bambine (Billie Roy e Natalie Grace) – non ci è proprio piaciuto Jack Reynor nei panni di Charlie. Abbiamo trovato il suo personaggio inespressivo, e quelle poche volte che lo era sono sempre risultate fuori luogo. La rappresentazione dell’Egitto, inoltre, è troppo stereotipata, con un’arretratezza tecnologica tale da farlo sembrare quasi un mondo radicalmente altro da quello occidentale.

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Pro:

  • Tensione continua, enfatizzata da un ottimo uso del gore e da interessanti sperimentazioni registiche;
  • Una diversa concezione del mostro;
  • Uso cadenzato delle battute per spezzare, quando serve, l’ansia.

Contro:

  • La performance di Jack Reynor nei panni di Charlie Cannon non ci ha convinto;
  • Rappresentazione abbastanza stereotipata dell’Egitto.

VOTO: 8

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