Si è da poco conclusa la seconda stagione di Daredevil Born Again, serie che vede Matthew Murdock, o Daredevil se preferiamo, cercare di porre fine al governo del sindaco Fisk istituito nella scorsa stagione. La serie è altalenante, sia nei toni che nella scrittura, ma in generale è sicuramente un passo avanti rispetto alla prima.
La trama è abbastanza semplice: Daredevil (Charlie Cox), ormai fuggitivo assieme a Karen Page (Deborah Ann Woll), tenta lentamente di sradicare il controllo che Kingpin (Vincent D’Onofrio) ha sulla città di New York. Al centro di buona parte della storia vi è la Northern Star, nave mercantile che Fisk utilizza per cercare di far entrare armi illegali in città, grazie a un accordo con la CIA, che gli permette di esercitare lo strapotere con la sua task force se rispetterà gli accordi.
La nave viene affondata da Daredevil nel primo episodio, e la sua permanenza nel porto funge da “faro” per tutti i personaggi: la sua figura si riflette su ogni personaggio, sia dei protagonisti che degli antagonisti. I protagonisti subiscono ancora di più la pressa della Task Force Anti Vigilanti, e gli antagonisti devono trovare un modo di risolvere la problematica della nave e del suo carico.
I riferimenti alla situazione geopolitica della realtà si sprecano: dalla Task Force che, senza alcun limite e anche quasi nessuna autorizzazione, arresta e detiene illegalmente chi vuole, alla creazione di finte prove fabbricate contro la resistenza per accelerare il processo, passando per la libertà di stampa concessa unicamente se sostiene le figure in carica, e soprattutto per la figura in carica in questione.
Un imprenditore con le mani in pasta in molteplici settori, accusato di molteplici crimini da cui è riuscito quasi miracolosamente a risultare innocente, e che nonostante la reputazione macchiata riesce a raggiungere la carica politica che si è messo in testa. Carica politica che, in questa stagione, viene sfruttata per fare il bello e il cattivo tempo, tutto per la sua soddisfazione personale e il suo guadagno, con l’eccezione di avere un accordo con figure influenti ma che si nascondono nelle ombre. Qualcuno in America avrà una costante sensazione di deja vu.
I personaggi sono la parte fondante di questa stagione, molto più degli eventi. Matthew, in questa seconda stagione, si trova in una situazione complicata, soprattutto dal punto di vista ideologico: quando prima aveva sfidato e fermato Kingpin, lo aveva fatto sfruttando il sistema come poteva. Perché Kingpin giocava da fuori il meccanismo, manomettendolo per i suoi comodi dall’esterno. Certo, questo equivaleva a mostrare che il sistema non funzionava, ma almeno Matt poteva sfruttare quei pochi pezzi che funzionavano per agire.
Ma quando l’apparato è il problema non perché non funzioni, ma perché funziona perfettamente, il problema diventa più strutturale. Come fermi qualcuno che fa parte del tutto al punto da manovrarlo? Ogni sua azione viene percepita come inconsequenziale, non importa quante vite salvi. E l’unica soluzione che gli viene in mente è di uccidere Fisk. Saranno un ricordo di Foggy (nell’episodio probabilmente migliore della serie) e un suo riavvicinamento alla fede che gli permetteranno di ritrovare il suo equilibrio. A credere tanto nella punizione quanto nella grazia.
Dall’altra parte troviamo il suo pari, uguale nell’avversità. Kingpin in questa stagione si trova a confrontarsi col fatto che, per quanto in alto si trovi, non può avere tutto sotto controllo. Soprattutto quando si mette in affari con gli unici che possono effettivamente farlo cadere. La sua caduta a spirale verso i suoi istinti più bestiali è continua in tutta la stagione, e ogni volta che qualcosa va storto, cade sempre più in basso.
La morte di Vanessa (Ayelet Zurer), il popolo sempre più avverso, la perdita del carico di armi, tutti eventi che lo portano a tornare al bambino arrabbiato che uccise il padre a martellate. Non sempre la caduta è ottima, e l’interpretazione di Vincent D’Onofrio in certi momenti diventa quasi col pilota automatico (in italiano Luca Ward gestisce molto meglio le battute del personaggio), ma il finale del suo personaggio, opposto come sempre a quello di Matt, giustifica il tutto. Certo, rimane qualche dubbio sul livello di potere del personaggio, in quanto passa dal combattere contro Daredevil ad armi pari a uccidere con un singolo pugno uomini adulti facendoli volare da una parte all’altra di una stanza, ma in fin dei conti neanche Daredevil è un uomo normale, quindi l’evento risulta comunque più che giustificabile.
Alla fine, quindi, troviamo il Diavolo all’Inferno, ma in pace, e l’Angelo in Paradiso, ma solo.
Ma non tutto ha la fortuna di poter essere giustificabile, o di poter comunque funzionare. Alcuni episodi sembrano quasi senza progressione narrativa, o addirittura senza una direzione precisa. Gli episodi 2 e 3, in particolare, sembrano in molti punti inserire spezzoni solo per fare minutaggio. Svariati personaggi inoltre vengono introdotti come se dovessero essere importanti per poi svanire letteralmente per oltre metà della serie, per poi ricomparire come deus ex machina o degli antagonisti o dei protagonisti in base alla necessità del momento.
A questo si aggiungono poi momenti in cui i personaggi ottengono informazioni dal nulla, portando a eventi che dovrebbero essere cruciali per la trama, eppure vengono minimizzati come se niente fossero. Sembra poi che svariati personaggi secondari, che hanno delle evoluzioni anche abbastanza interessanti, compiano metà di queste evoluzioni fuoriscena, mentre succede altro.
Il tutto regala una sensazione allo spettatore di fretta, come se a un certo punto gli sceneggiatori non avessero avuto tempo di mostrare tutto quello che serviva per coinvolgere di più lo spettatore. Sensazione che stona con i primi episodi, in cui sembra quasi che dovessero inventarsi scene di sana pianta per giustificare il minutaggio.
Per ultimo, c’è un personaggio, che viene presentato come importante, ma che in fin dei conti è inutile, anzi, dannoso, in quanto fa chiedere agli spettatori il perché sia lì. Il personaggio di Mr Charles (Matthew Lillard). Sulla carta dovrebbe essere il rappresentante della CIA, l’unica figura che Kingpin non può soverchiare in nessun modo. E ci viene presentato così: basta una sua frase, e Fisk può continuare a fare ciò che vuole con la task force.
Peccato che poi, in ogni scena che segue, non si capisce bene dove voglia andare a parare. Ci mostrano che i loro rapporti si inaspriscono, perché Kingpin decide di utilizzare le armi per i suoi scopi, dopo che sta cominciando a perdere terreno. Motivo per cui Charles decide di andargli contro, portando tuttavia a un nulla di fatto. Decisamente un’occasione sprecata, e un attore sprecato.
Dopo aver letto il paragrafo sopra, si potrebbe pensare che la serie sia insufficiente. Eppure, non è così. Certo, i difetti ci sono, ma anche i pregi. I combattimenti, le coreografie e addirittura la regia fanno un gran salto avanti, arrivando finalmente a competere con gli scontri delle prime tre stagioni Netflix. Inoltre, come detto prima, diversi personaggi hanno comunque delle evoluzioni importanti, e soprattutto coinvolgenti.
Tra questi troviamo Karen, che abbraccia sempre di più il lato “vigilante” della sua personalità. Lei e Matt sono finalmente tornati insieme, e la loro chimica emerge spesso, soprattutto nei momenti in cui sono in disaccordo (sembra paradossale ma è così).
Altro rapporto molto affascinante è quello tra Buck Cashman (Arty Froushnan) e Daniel (Michael Gandolfini). I due, per quanto militino sotto Fisk, partono che sembrano quasi contrapposti: Buck è un killer che compie il lavoro sporco, Daniel è il protetto di Kingpin, una sorta di figlio surrogato che lavora alla sua immagine.
Eppure i due lentamente si avvicinano, quasi a diventare amici. E la situazione si complica quando Daniel decide di prendere posizione contro Fisk, incapace di distruggere ancora di più i suoi principi. Un finale amaro, ma sensato, che porta a una conclusione sentita da parte del pubblico.
Ma adesso passiamo al pezzo forte, il personaggio migliore della serie: Bullseye (Wilson Bethel). Bullseye è il personaggio che ha l’arco narrativo più interessante, se prendiamo l’inizio dalla sua prima apparizione nella terza stagione originale. Gli sceneggiatori sono riusciti a prendere un personaggio che nei fumetti è un killer che ama uccidere, e sono riusciti a renderlo tridimensionale eccellentemente.
Dex in questa stagione splende, decidendo di riprendersi in mano non solo la sua vita, ma anche la sua morale: consapevole che ha ucciso molte persone sotto l’influenza di Fisk, decide di ribilanciare le parti. “One good deed” è il suo motto, fare del bene per compensare il male commesso. Ovviamente, a modo suo. Un personaggio bellissimo, che aiuta la serie a guadagnarsi la sufficienza e più.
In definitiva, la seconda stagione di Daredevil Born Again fa passi avanti in molti campi, al netto di ancora qualche sbavatura. Se dovesse continuare su questa strada, la terza potrebbe arrivare alla pari della prima e terza Netflix. Voto: 7,5.
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Articolo di Lorenzo Giorgi
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