di Redazione Network NCI
Stranger Things è stata una delle serie più seguite dell’ultimo decennio. Nel corso del tempo, sempre più persone sono rimaste all’amo, desiderose di scoprire come sarebbe finita la storia degli eroi di Hawkins. Ma purtroppo, come spesso succede, la conclusione non ha soddisfatto tutti. Non siamo qui per parlare della conclusione, bensì dell’effetto che ha generato.
Il bisogno di un altro finale
Quando una grande storia arriva alla fine, succede quasi sempre la stessa cosa: una parte del pubblico resta soddisfatta, un’altra rimane spiazzata, un’altra ancora rifiuta apertamente ciò che ha visto. È in questo spazio emotivo, tra attese disattese e investimento personale, che nascono fenomeni come quello che alcuni fan hanno ribattezzato Conformity Gate: l’idea che il finale “ufficiale” non sia quello vero, che ci sia un livello nascosto, una versione alternativa, un inganno deliberato.
Stranger Things in questo momento ne è il protagonista, ma il punto è più ampio del singolo prodotto. Ogni volta che una serie molto amata chiude il cerchio, si attiva una dinamica simile: teorie su teorie, indizi letti a posteriori, dettagli insignificanti che diventano prove, fino a costruire una narrazione parallela capace di proteggere il pubblico dalla delusione.
Le serie di lunga durata non sono solo intrattenimento. Per anni accompagnano chi le guarda, diventano un rituale, una comunità, a volte persino un rifugio. Quando finiscono, non termina solo una storia: finisce una relazione.
Il problema nasce quando l’aspettativa cresce più velocemente della storia stessa. Teorie sempre più elaborate, finali immaginati come “perfetti”, colpi di scena pensati come inevitabili. A quel punto, nessun finale reale può competere con quello ideale costruito collettivamente.
Accettare un finale che non coincide con ciò che avevamo immaginato significa accettare una perdita di controllo. Ed è proprio qui che entra in gioco il complotto.
Il complotto come meccanismo di difesa
Pensare che il finale non sia quello vero è, in fondo, un atto di difesa psicologica. Se qualcosa non ci soddisfa, non è perché la storia è andata così, ma perché qualcuno ci sta nascondendo la verità.
Il complotto ha un enorme vantaggio emotivo: restituisce senso e intenzionalità. Trasforma una delusione in una caccia al tesoro. Non siamo spettatori passivi di un finale mediocre, ma investigatori che hanno capito più degli altri.
Il Conformity Gate funziona così: si parte da un’insoddisfazione condivisa, si individuano presunti segnali nascosti, si crea una narrazione alternativa, si consolida un gruppo che “ha capito tutto”, contrapposto a chi accetta la versione ufficiale.
Non è molto diverso da ciò che accade nelle teorie del complotto classiche.
Dalle serie TV a Marilyn Monroe (e Michael Jackson)
Il passaggio è più breve di quanto sembri. Le teorie secondo cui Marilyn Monroe sarebbe ancora viva, o Michael Jackson avrebbe inscenato la propria morte, nascono dallo stesso impulso: rifiutare una fine che appare troppo banale, troppo dolorosa o troppo definitiva.
La morte, come il finale di una storia, è una chiusura netta. Non lascia spazio a sequel, redenzioni, sorprese. Il complotto, invece, riapre tutto: Marilyn non è morta, è fuggita; Michael Jackson non se n’è andato, si è nascosto; il finale non è quello vero, ne esiste un altro.
In tutti i casi, la realtà viene percepita come insufficiente rispetto al valore emotivo che attribuiamo a ciò che abbiamo perso.
Perché alcune teorie attecchiscono e altre no
Non tutte le teorie del complotto funzionano. Quelle che prendono piede hanno alcune caratteristiche comuni. La prima è l’Ambiguità, più un evento è interpretabile, più lascia spazio alla speculazione. Il secondo è un Forte coinvolgimento emotivo, funziona meglio se riguarda qualcosa che amiamo. La terza è una Comunità online gremita, con forum e social che trasformano ipotesi isolate in narrazioni collettive. Per ultima una Sfiducia nell’autorità, autori, media, istituzioni diventano facilmente i “bugiardi” della storia.
Nel caso delle serie TV, tutto questo è amplificato dal fatto che siamo abituati a colpi di scena, ribaltamenti, piani segreti. Abbiamo imparato che “nulla è come sembra”, quindi continuiamo a cercare un trucco anche quando non c’è.
Alla fine, il punto non è stabilire se una teoria sia vera o falsa. Il punto è capire perché abbiamo bisogno che lo sia.
Il Conformity Gate non parla solo di Stranger Things o di un finale deludente. Parla del nostro rapporto con le storie, con le aspettative e con la fine delle cose. Credere che esista un altro finale è un modo per rimandare l’addio.
Forse, più che cercare finali segreti, dovremmo imparare a convivere con quelli imperfetti. Perché, nel bene o nel male, è proprio lì che le storie smettono di appartenerci del tutto, e iniziano a diventare qualcos’altro.
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Articolo di Lorenzo Giorgi
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