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Top 6 NCS: Migliori film del 2025

di Redazione Network NCI

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Anche l’annata cinematografica del 2025 volge al termine. La ripresa del cinema dopo la pandemia continua lenta ma costante e il pubblico sembra sempre di più tornare a vedere il cinema come un ambiente di ritrovo, specialmente tra i giovani. L’annata è stata ricca, varia molto sia nei generi che nei temi trattati. Oggi vedremo alcuni di questi film, cercando di classificarne i migliori. Naturalmente, se voleste vederne altri riconosciuti, non esitate a farcelo sapere, potremmo fare una parte 2!

Top 6 NCS: Migliori film del 2025

Menzione onorevole – Superman

Più che un semplice film, Superman è una dichiarazione d’intenti. Non solo per il personaggio, ma per l’intero futuro del cinema supereroistico targato DC. James Gunn non sta riportando in scena l’Uomo d’Acciaio: sta cercando di restituirgli un senso, in un’epoca in cui il cinismo sembra essere diventato la regola.

La scelta di puntare su un Clark Kent giovane, idealista, profondamente umano e non tormentato fino all’autodistruzione, è già una presa di posizione fortissima. Questo Superman non nasce dalla distruzione, ma dalla convivenza tra forza e compassione, tra potere e responsabilità emotiva. Gunn sembra voler recuperare l’idea più pura del personaggio: non “il Dio tra gli uomini”, ma l’uomo che sceglie ogni giorno di essere migliore.

Dal punto di vista tematico, il film promette di muoversi su un equilibrio delicato:
speranza senza ingenuità;
eroismo senza retorica;
umanità senza debolezza artificiale;

È un Superman che vive in un mondo complesso, frammentato, cinico, e proprio per questo diventa necessario. Non come risposta violenta, ma come atto di fiducia.

Visivamente, tutto lascia intendere un’estetica più luminosa e “classica” rispetto alle incarnazioni più recenti, ma filtrata da una sensibilità moderna: meno apocalisse, più quotidianità; meno distruzione urbana, più relazioni, ideali e scelte morali.

Numero 6 – Frankenstein

Il Frankenstein di Guillermo del Toro non nasce come semplice adattamento di un classico: nasce come ossessione personale finalmente liberata. Del Toro insegue questo progetto da decenni, e il fatto che arrivi solo ora, in un momento della sua carriera in cui ha totale controllo creativo, è tutt’altro che casuale.

Qui non parliamo del mostro come icona horror, ma di una creatura tragica, profondamente umana, figlia dell’arroganza scientifica e della solitudine. Se c’è un autore capace di trattare Frankenstein non come spavento, ma come specchio dell’umanità, è proprio Del Toro.

Il film promette un approccio gotico, malinconico, quasi romantico, dove l’orrore non è mai fine a se stesso ma nasce dallo sguardo degli uomini. Il cuore del racconto non sarà l’esperimento, ma il rifiuto, l’abbandono, il dolore di essere stati creati senza essere amati.

Visivamente, è lecito aspettarsi un’estetica ricchissima:
scenografie artigianali;
creature fisiche più che digitali;
luci calde e ombre profonde;
un’Europa ottocentesca che sembra respirare e marcire allo stesso tempo;

Non sarà un film per tutti, né uno di quelli che conquistano il pubblico al primo colpo. È un’opera che chiederà attenzione, pazienza, sensibilità. Ma proprio per questo potrebbe diventare, col tempo, uno dei film più ricordati del 2025: non per l’impatto immediato, ma per la ferita emotiva che lascia.

Numero 5 – Mickey 17Mickey 17

Mickey 17 è uno di quei film che, già sulla carta, sembrano impossibili da incasellare. Ed è proprio questo il punto. Bong Joon-ho torna alla fantascienza, ma lo fa con un progetto che sembra riassumere tutto il suo cinema: satira sociale, umorismo nerissimo, riflessione politica e un’umanità costantemente messa sotto pressione da sistemi disumani.

La premessa è tanto assurda quanto inquietante: Mickey è un “expendable”, un lavoratore sacrificabile in una missione spaziale, destinato a morire e rinascere più volte. Ogni volta con gli stessi ricordi, la stessa coscienza… e lo stesso peso esistenziale. Bong prende un concept sci-fi quasi pulp e lo usa per parlare, ancora una volta, di lavoro, identità, sfruttamento e valore della vita umana.

Il tono promette di essere volutamente instabile:
momenti grotteschi che sfiorano la commedia;
– improvvise virate nel dramma;
– un sottofondo costante di angoscia morale;

È il tipo di film che ti fa ridere e subito dopo ti mette a disagio per aver riso.

Visivamente ci si aspetta un futuro sporco, industriale, lontano dalla fantascienza patinata: tecnologia funzionale ma opprimente, spazi che sembrano prigioni più che avventure. Un mondo coerente con l’idea di esseri umani ridotti a numeri, versioni intercambiabili di se stessi.

Mickey 17 ha tutte le carte per essere uno dei film più discussi del 2025, ma anche uno dei più divisivi. Non punta all’universalità emotiva, bensì a colpire nel punto giusto, anche se fa male.

E quando Bong Joon-ho fa male, di solito lo fa per una ragione precisa.

Numero 4 – 28 Anni Dopo

28 Anni Dopo non è semplicemente un sequel tardivo: è il ritorno di una saga che ha ridefinito il cinema post-apocalittico moderno. Quando uscì il primo capitolo, non reinventò solo lo zombie movie, ma cambiò il modo di raccontare il collasso della civiltà, rendendolo nervoso, urgente, spaventosamente reale. Tornarci oggi, a distanza di oltre vent’anni, non è nostalgia: è una scelta tematica.

Il mondo è cambiato. Il pubblico è cambiato. E soprattutto, l’idea di pandemia e di isolamento non è più un concetto astratto.

Questo sequel ha il potenziale per essere devastante proprio perché non deve spiegare nulla: l’orrore non è l’infezione, ma ciò che resta dopo decenni di sopravvivenza forzata. Non parliamo più di un’Inghilterra in ginocchio, ma di una società che ha avuto il tempo di riorganizzarsi nel modo sbagliato.

Il vero tema promette di essere il trauma a lungo termine:
generazioni cresciute senza memoria del mondo “prima”;
comunità che hanno normalizzato la violenza;
– l’idea che l’infezione non sia più l’eccezione, ma lo sfondo costante dell’esistenza;

Visivamente, il ritorno a uno stile ruvido, quasi documentaristico, potrebbe colpire ancora più forte oggi. Meno spettacolo, più tensione. Meno jump scare, più angoscia lenta. Se Boyle recupera l’urgenza e la sporcizia visiva dell’originale, 28 Anni Dopo potrebbe essere uno dei film più inquietanti del 2025, pur senza appartenere pienamente all’horror classico.

Il motivo per cui si ferma al quarto posto è legato al rischio: un sequel così distante nel tempo può diventare o una riflessione potentissima sul presente, o un’operazione che non riesce a reggere il confronto con il proprio mito.

Ma se colpisce nel segno, potrebbe fare molto più male di quanto siamo pronti ad ammettere.

Numero 3 – Una Battaglia dopo l’altraBox Office: Una Battaglia dopo l'altra

Una Battaglia dopo l’altra è uno di quei titoli che, ancora prima di mostrarsi, comunicano un’idea precisa: la lotta non è un evento, è una condizione permanente. E nelle mani di Paul Thomas Anderson questo concetto diventa materia cinematografica densa, stratificata, mai rassicurante.

Siamo davanti a un film che promette di essere meno epico e più intimamente politico. Non una rivoluzione spettacolare, ma una guerra fatta di scelte, compromessi, fratture personali e ideologiche. PTA ha sempre raccontato personaggi in conflitto con sistemi più grandi di loro, il potere, il capitale, la fede, l’eredità, e qui sembra voler concentrare tutto su un’idea: resistere logora, ma arrendersi distrugge.

Il titolo suggerisce una ciclicità estenuante: ogni vittoria porta a un nuovo scontro, ogni presa di posizione genera conseguenze impreviste. Non c’è catarsi semplice, non c’è trionfo pulito. Solo l’andare avanti, passo dopo passo, mentre il mondo cambia e spesso peggiora.

Visivamente, ci si aspetta un Anderson più asciutto, meno barocco rispetto ad altri lavori, ma ancora precisissimo:
composizioni rigorose;
dialoghi affilati come lame;
silenzi che pesano quanto le parole;

È cinema che non alza mai la voce, ma che ti resta addosso per giorni.

Una Battaglia dopo l’altra non sarà probabilmente il film più “rumoroso” del 2025, né quello che monopolizzerà il box office. Ma ha tutte le carte in regola per diventare uno dei più discussi, uno di quei titoli che dividono pubblico e critica, ma che finiscono per definire un’annata.

È il tipo di film che non offre risposte chiare, ma ti costringe a portarti dietro le domande.
E a volte, nel cinema, è la cosa più potente che ci sia.

Numero 2 – Wake Up Dead Manknives out 3

Con Wake Up Dead Man, Rian Johnson firma il capitolo più cupo e ambizioso della saga. Già dal titolo, preso in prestito da una canzone degli U2, è chiaro che l’intenzione sia quella di abbandonare i toni più giocosi dei capitoli precedenti per spingersi verso qualcosa di più crepuscolare, quasi esistenziale.

Benoit Blanc torna, ma non più come semplice osservatore ironico di vizi e ipocrisie dell’alta società. Qui il detective sembra trovarsi davanti a un caso che mette in discussione la verità stessa, la fede nelle persone e persino il senso della giustizia. Johnson ha lasciato intendere che questo sarà il film più “spirituale” della trilogia, nel senso più ampio e inquietante del termine.

Il vero punto di forza è proprio questo cambio di passo:
– meno comfort mystery;
– più tensione morale;
– meno satira esplicita;
– più ambiguità;

Il classico schema del giallo viene usato come cavallo di Troia per parlare di colpa, responsabilità e delle narrazioni che costruiamo per assolverci.

Visivamente, ci si aspetta un film più ombroso, meno solare: interni soffocanti, notti lunghe, atmosfere quasi gotiche. Un’estetica che accompagna perfettamente l’idea di un’indagine che non porta sollievo, ma solo nuove crepe.

Wake Up Dead Man ha un potenziale enorme, ma gioca su un terreno delicato: se riesce a bilanciare ambizione tematica e intrattenimento, potrebbe essere memorabile. Se sbilancia troppo verso l’una o l’altra direzione, rischia di dividere.

Ma una cosa è certa: sarà uno dei film più discussi del 2025 e probabilmente quello che segnerà la vera maturità della saga.

Numero 1 – SinnersSinners

Sinners è il tipo di film che non arriva come evento rumoroso, ma come onda d’urto. Ryan Coogler, dopo aver lavorato su franchise enormi e simbolicamente pesanti, sembra voler tornare a un cinema più diretto, più carnale, più pericoloso. E tutto lascia intendere che questo sarà il suo progetto più radicale.

Al centro c’è l’idea di colpa: individuale, collettiva, ereditaria. Sinners non sembra interessato a distinguere nettamente buoni e cattivi, quanto piuttosto a esplorare cosa succede quando un sistema, una comunità o una famiglia convivono con il peccato come normalità. Non redenzione facile, non assoluzioni: solo conseguenze.

Il tono promette di essere cupo, teso, quasi soffocante. Un film che lavora molto sui silenzi, sugli sguardi, sulla pressione emotiva che cresce scena dopo scena. Coogler ha sempre dimostrato una capacità rara di unire dramma intimo e discorso sociale, e qui sembra voler spingere entrambi al limite, senza mediazioni.

Visivamente, Sinners si preannuncia sporco, terreno, fisico:
luce naturale o crudele;
ambienti chiusi, carichi di tensione;
– una regia che non cerca il virtuosismo, ma l’impatto;

È cinema che vuole farti sentire a disagio, non compiacerti.

Il motivo per cui è al primo posto è semplice: Sinners ha tutte le caratteristiche del film che definisce un anno cinematografico. Non per forza il più amato, né il più visto, ma quello che resta addosso più a lungo. Quello che divide, che fa discutere, che viene riletto e reinterpretato.

Se tutto va come promette, nel 2025 Sinners potrebbe essere ricordato come uno di quei film che non cercano il consenso, ma ottengono rispetto.

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Articolo di Lorenzo Giorgi

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